Il sì utile

Finalmente siamo arrivati alle ultime settimane di una campagna elettorale che imperversa nel nostro paese da mesi, gli argomenti e i motivi della quale invece infestano il discorso politico dell’Italia da anni, nel bene e nel male.

La riforma voluta principalmente dal Movimento 5 Stelle ha visto l’approvazione in Parlamento e il rimando a referendum, poi posticipato da marzo a settembre a causa della pandemia di Coronavirus, compiendo un viaggio accidentato e combattuto che ha acceso molti spiriti, da una parte e dall’altra.

Ma cosa fa questa riforma? Di fatto ben poco: il testo della legge che andiamo a confermare o rifiutare prevede semplicemente la riduzione del numero dei parlamentari. Da 630 deputati si passa a 400, da 315 senatori si passa a 200, riducendo il numero totale da 945 a 600. Sono piuttosto le conseguenze non scritte di questo cambiamento nella Costituzione a significare qualcosa.

Queste conseguenze implicite ed esplicite sono diventate lo scudo del Sì e la lancia del No in un duello trasversale che ha visto molte persone di svariate appartenenze schierarsi insieme contro simili e colleghi; a causa della mia posizione politica e delle mie attività mi sono ritrovato in un ambiente che sostiene convintamente e decisamente il rifiuto a questa riforma. Dalle associazioni di cui faccio parte a tutto un gruppo di amici provenienti dall’Italia intera impegnati in politica, vivo in un ecosistema del No. I feed dei miei social sono inondati di post per il No, le loro foto profilo sono abbellite con belligeranti cornici a favore del No, vengo invitato a numerosi eventi organizzati da comitati anti-riforma, e la stessa associazione studentesca di cui faccio parte ha adottato come linea ufficiale il sostegno al No.

Io tuttavia sono rimasto a lungo indeciso. A me gli assolutismi non piacciono che in poche e necessarie occasioni, e comunque non prima di aver sentito l’altra campana e averci ragionato da me. Ma in questo caso, bisogna dirlo, i cavalli di battaglia di entrambi gli schieramenti mi hanno lasciato perplesso.

Per esempio, dalla parte del Sì, il risparmio portato dal taglio – sulla qui quantificazione si è giocato dando i numeri del Super Enalotto – è assolutamente insignificante: se anche finissimo per risparmiare la cifra che va per la maggiore, e cioè cento milioni di euro, sono numeri che impallidiscono di fronte a quanto ogni anno perdiamo in evasione fiscale o spreco della Pubblica Amministrazione.

Ma sono più le ragioni del no quelle che ho trovato contestabili: si avverte che una riduzione dei parlamentari porterebbe a una riduzione della rappresentanza. Vero, ma trecento persone in meno o in più alla fine è sempre uno zero virgola della popolazione totale che la rappresenta, rimane comunque una piccola e ristretta assemblea. Veniamo paragonati alle svariate medie europee di numero di abitanti per parlamentare, ma non si capisce bene su quale base si decida qual è il rapporto migliore e più sano, come se fosse qualcosa di medico e generalmente applicabile alle varie realtà nazionali.

Il No invoca pure i padri costituenti che ci hanno dato 945 rappresentanti quando eravamo venti milioni in meno, presupponendo che essi avessero in qualche modo un giudizio giusto e assoluto non già solo per la loro epoca, ma anche per la nostra, il che è assurdo. Ma non dice che essi hanno incluso nella stessa Costituzione le modalità per modificarla in caso servisse.

Tra gli oppositori si parla anche di come un parlamento con meno persone rischi di ignorare volontariamente le istanze di numerose minoranze; tuttavia c’è da dire che molte di queste minoranze sono le stesse che periodicamente ostacolano le riforme, i provvedimenti e le misure proposte in parlamento. Non si può permettere che il Parlamento e il Governo siano completamente ostaggi di pochi voti in questioni di importanza nazionale, più spesso mossi da interessi corrotti o clientelari che da giuste preoccupazioni. Si dice che un numero ridotto di parlamentari permetterà ai partiti di assoggettarli alla volontà della dirigenza, o a mettere sulla poltrona raccomandati incapaci e indegni; ma questo succede anche adesso, perché il fenomeno della corruzione non dipende dal numero di seggi.

Ovviamente bisogna accettare che questo potere aumentato delle maggioranze significherebbe condividerlo con i nostri avversari politici a ogni cambiamento legittimo di governo; ma questa è la democrazia, e negare il contrario sarebbe disonestà intellettuale. Se ci spaventa la possibilità di un governo che si comporti in modo autoritario, allora è necessario riparare e rinforzare il sistema di pesi e contrappesi già esistente; dunque non si parla più di una questione di seggi.

Comincia a delinearsi un filo conduttore comune a tutti i punti che abbiamo esaminato finora:

se il problema è la rappresentanza, se il problema è il potere governativo, se il problema sono i soldi e l’iter, allora il numero dei parlamentari centra poco.

Tutti i punti sollevati in campagna elettorale, tutte le problematiche esacerbate da questa proposta riduzione dei seggi alla fine non hanno nulla a che vedere con la riforma in sé, ma fanno parte di una struttura marcia, molto più grande e molto più complicata.

Quello che c’è da fare è una nuova legge elettorale che dia più importanza ai rappresentanti locali piuttosto che alle liste arbitrarie decise dai partiti (ed è da sottolineare come in caso di vittoria del Sì una riforma elettorale sarebbe automaticamente necessaria, dandoci la possibilità di compiere un primo passo in avanti); serve una riforma dei procedimenti parlamentari; serve un taglio degli stipendi; serve re-implementare il finanziamento pubblico ai partiti per slegarli dalla necessità di trovare donazioni da fonti dubbiose e lobby. Servono molte cose, nessuna delle quali ha a che fare con il numero dei parlamentari.

Si tratta, sostanzialmente, di un problema di qualità e non di quantità.

Viene allora naturale tendere verso il No. Perché votare una riforma che non affronta le vere problematiche? Perché dunque votare per una riforma che abbiamo detto fa ben poco di immediato per tutti i problemi strutturali del nostro sistema?

Perché dire di No preclude fin da subito la possibilità che con la vittoria del Sì si metta in moto una stagione di riforme, riforme che come abbiamo visto sono assolutamente necessarie. Perché questo voto non dev’essere un giudizio sulle forze politiche che l’hanno proposto, ma una decisione su come andremo avanti senza impantanarci in diatribe di partiti. Perché non si può sempre rimandare alla prossima volta, sperando in una proposta migliore quando è da anni che siamo fermi a questo modo di pensare e la proposta migliore non è mai arrivata.

Votare sì per queste ragioni significa favorire una riforma che poi possa innescare un effetto domino, che però sta a noi indirizzare nel verso giusto; votare sì significa assumersi in modo critico una grande responsabilità: se l’elettorato approverà la riforma, sarà compito nostro come cittadinanza approfittare dell’impulso e fare pressione, spingere i nostri partiti e associazioni a non sprecare questa opportunità, perché altrimenti sarà stato tutto inutile.

Le grandi riforme non sono mai state ottenute facendo ostruzionismo, e ora sta a noi prendere in mano la situazione approfittando di una di quelle poche volte in cui siamo chiamati direttamente a decidere.

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