Al lupo, al lupo!

Falso allarme?

Immagino conosciate tutti la celeberrima favola di Esopo che dà il nome all’articolo, ma per scrupolo ripercorriamone i punti cardine: un pastorello dà più volte un falso allarme, gridando appunto “Al lupo, al lupo”, e altrettante volte gli abitanti del villaggio si svegliano per soccorrerlo, cadendo vittima quindi della terribile burla. Una notte però il lupo si presentò davvero ma nessuno credette più alle grida di aiuto del pastorello, che venne divorato insieme alle pecore a cui faceva la guardia.


La morale è facilmente intuibile, ma proviamo ad allargarla un attimo: esasperare una situazione, descrivere un rischio futuro ed eventuale come una minaccia incombente, dare numeri decontestualizzati e prospettare sempre e solo le ipotesi più negative, addirittura spesso peggiorandole, non sollecitando nelle persone logiche analitiche, serve solo a far perdere credibilità a una causa, giusta o sbagliata che sia. Bisogna raccontare alle persone i fatti come sono realmente, altrimenti si rischia che non ti credano più.
Possiamo fare un parallelo con diversi ambiti, come per esempio quelli legati all’attivismo (sarebbe necessario motivare di più ma non voglio dedicarmi a questo). È assai più grave però che in gran parte lo si possa fare anche con l’epidemia di Covid 19.


Partiamo da un principio: i dati epidemiologici devono essere utilizzati per dire la verità, non per spaventare, altrimenti si rischia di perdere credibilità e di alimentare il negazionismo. In questi ultimi giorni avrete sicuramente notato come la pandemia sia prepotentemente tornata al centro del dibattito pubblico. Mi fa molta specie però che sulla maggior parte dei media venga riportato solo un numero, i nuovi contagi, in preoccupante aumento (1397 il 3 settembre, a luglio non si era mai arrivati sopra i 400 e non si vedeva un numero così alto dal 7 maggio). Dare un numero solo, il più delle volte, serve appunto a far spaventare le persone e a non farle ragionare. Sarebbe necessario infatti accompagnarlo ad almeno altri tre numeri: morti, terapie intensive, tamponi. Analizziamoli.

Secondo i numeri riportati dal bollettino giornaliero del ministero della sanità, il picco dei decessi c’è stato il 27 marzo (919), il 4 maggio invece, ad inizio fase 2, il numero si è abbassato a 195. Arriviamo al 3 giugno, ovvero la data da cui si è consentito lo spostamento tra le regioni italiane, ed il numero in quel caso si attesta a 71. In fine terminiamo con il 4 luglio, data della riapertura delle discoteche in Campania, registrando un ulteriore calo, con 21 vittime.
Ecco, il 3 settembre sono morte 10 persone (il dato più alto da giorni, ma la linea rimane piatta e ampiamente in calo rispetto alle date che abbiamo preso in considerazione). Possiamo discutere sul fatto che questi siano solo i decessi confermati, ma per comprendere la tendenza poco importa, essendo statistiche tutte dello stesso tipo.


Ora passiamo alle terapie intensive: 120 il 3 settembre, rispetto alle 71 del 4 luglio. Il 3 giugno sono risultate 353, il 4 maggio 1479. Dobbiamo ammettere però che la curva ha avuto un’ampia flessione durante l’estate (47 posti occupati il 30 luglio) per poi tornare a crescere nella seconda decade di agosto e in questi primi giorni di settembre. Per comprendere la natura di questo dato, ed essere eventualmente preoccupati, ricordiamo i posti totali disponibili: circa 8 mila, complice un grande potenziamento messo in moto durante il lockdown.


Il 3 settembre sono stati effettuati 92.790 tamponi, il 2 circa 10.000 in più. Pochi lo stanno evidenziando, ma è una gran bella notizia! Sono dati che raddoppiano e talvolta triplicano quelli di qualche mese fa. Ciò vuol dire che teniamo più sotto controllo il virus, riusciamo ad individuare gli asintomatici ed eventualmente isolare loro e le persone che incontrano.


Non intendo certo dire che vada tutto bene, né che l’aumento di contagi non sia un problema, né che possiamo prendere il virus sotto gamba. Il mio è un invito, come già accennato, a non limitarci a guardare solo un numero (in questo caso quello dei nuovi infetti). Serve a poco. Accompagnamolo con il rapporto con i tamponi effettuati, con l’Rt, con gli asintomatici, con le fasce di età, con il numero delle terapie intensive e con quello più importante, il numero delle morti. Concentriamoci proprio su quest’ultimo. Se è addirittura diminuito rispetto alla prima metà di luglio, con quasi mille contagi in più giornalieri in media, e con comunque poche terapie intensive, può essere che o per la maggior parte parliamo di asintomatici, per lo più giovani, che forse prima neppure venivano testati, o che forse curiamo meglio il virus e siamo più preparati ad affrontarlo. Probabilmente entrambe le cose. Magari le misure assunte funzionano e ci stiamo avviando a sconfiggere l’epidemia, e non a una seconda ondata.


Per strada sento invece parlare di nuovo lockdown, di non riaprire le scuole, di nuove chiusure. Altri invece del virus se ne sono addirittura dimenticati. Parlo magari dei miei coetanei a cui è stato permesso di vivere un’estate come tutte le altre. Ciò è alimentato dalla scarsa chiarezza e dalle contraddizioni dei media, che durante i mesi estivi di virus quasi non parlavano e oggi fanno delle analisi allarmistiche e non analitiche. Anche le dichiarazioni degli esperti spesso non hanno aiutato ad aver chiarezza. Si è detto infatti che il virus fosse stagionale, indebolito, clinicamente morto, che i tamponi rapidi fossero inaffidabili. Tutt’ora non si sa dove sia la verità. Per questo è fondamentale che ognuno riesca a formare una propria consapevolezza e coscienza, basata sui dati e sui fatti, partendo chiaramente dal presupposto di non abbassare la guardia e di rispettare le norme.

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