Rossana Rossanda: la voce femminista

Rossana Rossanda, fondatrice del manifesto, giornale ispirato a un comunismo ideale e libertario, senz’altro contrapposto dell’autoritarismo di certo PC odierno, si è spenta all’età di 96 anni, dopo una vita passata a portare avanti le sue idee di sinistra, idee radicali diremmo, ispirate al movimento operaio, condizionate dai moti sessantottini, assolutamente contrarie all’interpretazione autoritaria del comunismo che si sviluppò in Unione Sovietica. Il coraggio delle sue idee le fu motivo di punizione, fu infatti radiata dal Partito Comunista Italiano nonostante il parere contrario di quello che sarebbe poi diventato il segretario del più grande partito di sinistra della prima repubblica: Enrico Berlinguer. Una perdita notevole per il Paese, quella di una donna intellettuale che non esitò mai a pronunciarsi sullo stato della sinistra in Italia, né tantomeno sulle questioni riguardanti l’Europa: non euroscettica, si augurò nel 2012 che i partiti egualitaristi dell’Unione si impegnassero per costruire una struttura sovranazionale che “facesse abbassare la cresta alla finanza” e che non fosse soltanto schierata a tutela dei diritti dei lavoratori, ma a promozione ed estensione degli stessi. Una Europa dei popoli che riporta alla mente le tante campagne ispirate al concetto di “Europa sì, ma non così” concetti di altreuropeismo sviluppati anche da partiti di ideali molto più moderati di quelli della Rossanda. Merita ora senz’altro menzione d’onore l’impegno femminista di questa donna, di certo declinato nella variante marxista del movimento per la parità di genere, ma fondamentale per comprendere le richieste di quella parte della popolazione femminile che non accettava l’oppressione e di classe, per la mancanza reale di tutele e diritti sociali successivamente colmata almeno in parte da moti di rivendicazione sindacale, e di genere: combattevano il capitalismo in quanto intrinsecamente connesso con la struttura patriarcale e maschilista della società contemporanea. Di certo tutt’altro spessore, non si mancherà di osservare, rispetto a certo femminismo liberale di oggi dove si cerca di premiare la donna di successo, non invece di comprendere la reale e più che mai necessaria svolta che questa società, drogata dal “fascismo dei consumi” per dirla con un’espressione del grande Pasolini, non sembra più in grado di chiedere. Rossana Rossanda, nel “Manifesto per un nuovo femminismo”, sull’Espresso del 13 maggio 2019, scriveva: “È importante che la battaglia per i diritti delle donne sia più estesa e condivisa possibile, contro una “cultura maschilista”, intesa anche nell’accezione di “senso comune” di derivazione greca, romana e giudaica, ma si dovrebbe dire anche egizia o cretese, culture che hanno in comune una visione binaria della sessualità, sulla quale si innesta il principio della famiglia patriarcale come “società naturale“, basata sulla divisione gerarchica fra maschio e femmina. Ci lascia dunque la sfida di pensare a costruire un modello in cui i motivi di oppressione delle donne non possano più esistere, giacché inammissibili dalla concezione antipatriarcale di una società alternativa, società che sembra tuttavia più che mai distante, ma il cui sogno continua a essere il motore del femminismo radicale e di quello marxista.

La Rossanda non era dunque una femminista, ma la femminista che ci spinse a condividere l’obiettivo di superare definitivamente, di operare dunque alla radice, quei pregiudizi insiti nella nostra realtà capitalista occidentale che il femminismo liberale non sembra ancora in grado di distruggere in maniera definitiva e non lo sarà finché sarà sviluppato come premiazione del successo di qualche persona di sesso femminile, arrivando dunque ad accentuare tale successo perché ottenuto da una persona che si considera “speciale” come se fosse parte di qualche minoranza che in condizioni normali, e sono proprio le norme di questa normalità ad essere dannose e oppressive per le donne, non ce l’avrebbe fatta.

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