L’attualità del De Civitate Dei nelle relazioni internazionali

Nel 410 d. C. Sant’Agostino scrive il “De Civitate Dei” (La città di Dio) per dimostrare la superioità del cristianesimo in seguito al sacco di Roma da parte dei Visigoti di Alarico, visto dai cittadini del tempo come una sorta di fine del mondo, nonché una punizione divina per la conversione al cristianesimo e l’abbandono delle divinità pagane. Agostino distingue due città, usa il termine civitas e non urbs perché parla propriamente di comunità di individui e non di città in senso fisico. Dice che una è originata dall’amore per se stessi e l’altra dall’amore per gli altri, che, in quanto immagine di Cristo, è anche amore per Dio. Nella città terrena il potere è concepito come forza e desiderio di possesso, nella città celeste come servizio e carità verso gli altri. È sicuramente attuale quanto Agostino afferma quando parla delle due comunità generate dai diversi tipi di amore e di conseguenza dei diversi usi che si possono fare del potere. Che alcuni usufruiscano dell’autorità per fare i propri interessi, e non quelli della comunità, è indubbiamente un qualcosa di riconosciuto e forse, si potrà sostenere a diritto, connaturato all’uomo, come dimostrato dagli esperimenti di Sukhvinder Obhi, neuroscienziato, che ha notato che il dominio indebolisce i neuroni specchio, responsabili dell’empatia, diventando dunque meno propensi al bene di tutti. Non di rado capita infatti di sentire di nazioni assoggettate da autocrati che dispongono della loro autorità solo per ottenerne vantaggio personale. Dovrebbe invece essere obiettivo comune nelle relazioni internazionali perseguire con ogni mezzo il miglioramento delle condizioni di vita dei popoli, sulla base di ciò sono nate le numerose ramificazioni dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, la quale, tuttavia, ha ben presto e per più volte mostrato la propria debolezza e fragilità dinanzi agli abusi, alle dittature, alle violazioni dei diritti umani, palesando tristemente quanto questa idilliaca “città celeste” in terra si sia fatta facilmente sottomettere dalle più piccole città terrene di questo mondo e per i più vari e vani motivi: dall’economia agli equilibri geo-politici.
Di recente utilizzo, non si mancherà di notare, la strumentalizzazione delle relazioni internazionali, che ha portato capi di stato a stipulare accordi e ricercare la carità verso gli altri per consenso politico, anteponendo dunque -ancora una volta- il bene personale a quello della comunità. Sulla scorta di quanto viviamo e vediamo quotidianamente resta senz’altro ai giovani, la mia generazione depositaria di nutritissime e copiosissime speranze, riuscire ad imporre la pace sociale, quella concordia civitatum disinteressata, che Agostino dice essere la massima aspirazione terrena dell’entità statale.

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