IL BUIO DAVANTI ALLA SIEPE

La mia generazione, è quella che ha iniziato l’università in questi ultimi tre anni, è quella che si è beccata il lockdown dritto in faccia a Febbraio e che lo sta sperimentando nuovamente a luglio.
Noi, che siamo cresciuti con Facebook alle medie, quando i social erano una di quelle cose a cui veniva dedicato un paragrafetto in un angolo sui giornali. Ora invece sono mainstream, usati da adulti, da politici, intellettuali e giornalisti. E pensare che noi alle medie li usavamo per stalkerare la nostra crush o per chattare con gli amici senza usare i messaggi. Poi sono arrivati WhatsApp, Instagram, Snapchat, e noi subito a mettere i nostri ricordi, a condividere i primissimi meme, Dio che ricordi, io installai WhatsApp addirittura in seconda liceo inoltrata. Ora ce l’hanno pure i miei genitori.
Noi, in quel tempo in cui le vacanze con gli amici, chi poteva, perché è il 2014, siamo appena usciti dalla crisi, e allora c’è chi inizia a lavorare e si mette qualche risparmio da parte per portare la propria amata o il proprio amato da qualche parte. Noi, che uscivamo dal liceo in una situazione opposta rispetto a quando ci eravamo entrati, col futuro davanti, chi l’università, chi il lavoro; in ogni caso, un futuro. E oggi ci troviamo a rimettere tutto in discussione, a non essere certi di niente.
Noi, che ci siamo innamorati dei nostri compagni di classe, della persona conosciuta agli allenamenti, o al corso di teatro, o all’associazione studentesca, oppure a una festa con amici. Noi che abbiamo riso, pianto, ci siamo rialzati, ci abbiamo riprovato, e magari, avevamo trovato la persona giusta. E ora noi siamo quelli delle relazioni storiche frantumate, delle delusioni, del non posso vedere chi amo.
Noi, che finito l’anno scolastico o la sessione andavamo sulla neve, chi poteva, o al mare, se era estate, o a visitare musei in qualche città. Il sabato sera con il gruppo andare in disco, o a casa di un amico, o a farsi un giro, oppure nel baretto a bere qualcosa. Noi che il pomeriggio al cinema, a vedere quel nuovo film che o è bellissimo o è una cagata pazzesca. Noi, che caldo che fa a luglio e che freddo a novembre. Adesso ogni secondo, ogni minuto e ogni ora di ogni giorno di ogni settimana, stessa casa, stessa stanza, stessa temperatura. Soli.
Voglio essere un po’ malinconico, perché non mi voglio raccontare che va tutto bene, perché troppo spesso ci hanno raccontato che tutto questo sarebbe finito, che sarebbe tornato tutto come prima. E invece, siamo ancora qui. Non è finito per niente, e quando ci diranno, nuovamente, che sarà finito tutto, non fatevi illusioni. Perché non si potrà tornare alla normalità a breve, è impossibile, no, non ci torneremo.
E io passo le notti alzato fino alle tre perché non riesco a chiudere un occhio. Scorro le foto su Instagram, parlo coi miei amici in videochiamata. Ma ogni giorno mi sento sempre più solo.
Sei in casa non ti accadrà nulla, stai tranquillo. Mi dicevano così, ma il mio cervello non è chiuso in casa con me, e nemmeno il mio cuore. E mentre loro viaggiano e si perdono fuori di qui io resto uno zombie. Sono arrivato al punto di non avere più appetito, di non distinguere i colori, di non provare nulla. E’ stupefacente come l’assenza di sentimenti prende il sopravvento in chi ha bisogno di affetti. Che ironia.
E restano solo queste lunghe e interminabili pagine da leggere e studiare per l’esame, le serie di Netflix, che ci regala un attimo di finzione, un attimo in cui vediamo un mondo per quello che dovrebbe essere; prima di tornare alla triste realtà. Netflix, un’altra cosa che guardavamo da prima che fosse di tendenza. Sempre noi, quelli che fanno da avanguardia. Già, ma più che andare avanti, forse vorremmo ci fosse restituito il passato, non vederci regalato un futuro vuoto.

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