CAPOLAVORO AZZURRO

Valencia è da sempre terra di incoronazioni mondiali essendo posizionata nel finale di stagione del campionato MotoGP. In questo pazzo 2020 però, è andato in scena un epilogo che chiunque avesse pronosticato prima dell’inizio della stagione sarebbe passato come un folle. Dall’infortunio durante la prima gara a Jerez di Marc Marquez, che ha tenuto fuori il mattatore 8 volte campione del mondo e dominatore incontrastato della massima categoria per un’intera stagione è passato molto tempo, e di possibili successori ne sono stati eletti tanti, a partire dal più quotato e vincitore delle prime due gare Fabio Quartararo, dal pluri vice campione Andrea Dovizioso, al sempiterno Valentino Rossi fino agli spagnoli Viñales ed Alex Rins. Quello che però è successo ha dell’inaspettato, perché approfittando delle numerose difficoltà della Yamaha che ha avuto dei passaggi a vuoto clamorosi in molte gare, approfittando di una Ducati che tra alti e bassi non è mai stata competitiva come ci si aspettava, con una Honda che, senza Marquez si è dovuta aggrappare ai due acuti del fratello Alex e alla crescita di Takaaki Nakagami, con una KTM in netta crescita ed una Aprilia che si è persa insieme alle vicende che hanno visto protagonista Andrea Iannone, è sbucata fuori alla distanza la Suzuki, una moto azzurra, rinata dalle ceneri di una casa giapponese nel 2015, che grazie al genio ed alla pazienza di un uomo fantastico come Davide Brivio ha vinto il titolo piloti 2020 con un gioiellino di 23 anni, che porta il nome di Joan Mir. La storia di Suzuki è una storia centenaria, ma che nel motomondiale non ha mai brillato, se non per gli acuti di Barry Sheene, Luchinelli, Uncini, Schwantz, e Kenny Roberts, ultimo prima del pilota maiorchino a portare ad Hamamatsu un mondiale piloti che quest’anno in particolare, non è solo importante per il marchio in sé, ma soprattutto per chi ci lavora. La casa giapponese infatti è quasi completamente formata da tecnici italiani, che con Davide Brivio hanno trovato un’alchimia particolare che in questi anni dal ritorno in MotoGP ha permesso alla Suzuki di crescere costantemente e di trovare, nonostante una moto con caratteristiche considerate obsolete dagli altri team (come i 4 cilindri del motore in linea ed il forcellone in alluminio), una quadratura ed una costanza che nessun’altra casa è riuscita ad avere. Tutto ciò grazie ai fratelli Brivio che hanno portato nel loro Team Ecstar il campione del mondo 2020 Joan Mir che, a soli 23 anni e due anni in classe regina, raggiunge ciò che molti altri piloti come Pedrosa o Dovizioso in un’intera carriera hanno solamente potuto immaginare. Una gioia incontenibile che il pilota spagnolo ha liberato subito dopo aver concluso la gara al settimo posto, seguita subito da una lucidità che solo i campioni veri posseggono, dimostrata quando al momento delle domande di rito ha dedicato la vittoria a tutti i morti provocati dalla Pandemia e sperato che la sua vittoria possa aver reso felice almeno l’1% delle famiglie che hanno subito queste perdite. Parole di un campione vero, che ha fatto della costanza l’arma vincente, aiutato da un team che ha viaggiato sulla sua lunghezza d’onda per l’intera stagione; un team di giapponesi ed italiani, guidati dal traghettatore perfetto, capace di avere gli stessi battiti al minuto di un pilota, un Davide Brivio che dalla sua immensa esperienza ha creato una meraviglia di moto, azzurra come il colore del mare nel quale faceva surf Joan Mir prima di entrare in contatto con le moto, azzurra come la prima moto che gli fece vincere il mondiale moto3 nel 2017, quella del Team Leopard, azzurra come azzurro è il colore italiano nel mondo dello sport, che festeggia per una squadra molto italiana, la Suzuki, che ha messo in scena un vero e proprio capolavoro, azzurro anch’esso.

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