SAFETY FIRST

È passato un po’ di tempo da quell’istante, ma il cuore batte forte ogni volta che in TV scorrono le immagini… Scene impressionanti che noi appassionati di F1 non vorremmo mai vedere. L’auto di Grosjean che si sposta sulla destra, il contatto con la ruota anteriore di Daniil Kvjat, il percorso dritto a 221 km/h verso il guardrail, e le fiamme. Una bomba di fuoco, esplosa per via della perdita massiccia di carburante e che fa fermare per un istante il cuore di tutti i telespettatori, automaticamente ricondotti alle immagini della morte di Ayrton Senna o quelle più recenti di Jules Bianchi. Ad un tratto, tuttavia, come fossimo in un film, si leva dalle fiamme una sagoma che scappa impaurita da quella tormenta di fuoco: è Romain Grosjean che autonomamente in seguito ad un attimo di lucidità necessario per la sua sopravvivenza, in 28 secondi esatti riesce a slacciarsi le cinture, ad uscire dalla monoposto ormai spezzata in due, e a salvarsi la vita grazie anche al tempestivo aiuto dei commissari di gara e del reparto medico, che prontamente svolgono le procedure antincendio dando la forma a quello che, rivedendo le immagini, somiglia ad un vero e proprio miracolo sportivo. 

La domanda sorge però spontanea: È stata solo una congiunzione astrale a salvare la vita al pilota della Haas, o c’è qualcos’altro che ha evitato una morte quasi certa? 

Il pilota dopo l’urto avrebbe potuto perdere i sensi o avrebbe potuto avere problemi nello slacciarsi le cinture, la macchina si sarebbe potuta dividere al centro e non nella parte posteriore, questo è certo, ed in quei casi staremmo parlando di situazioni ben più gravi, ma in questo preciso caso al pilota è venuto in soccorso un sistema sviluppato appositamente per queste situazioni, più uniche che rare, che in altri eventi e in altri periodi storici ha portato al decesso del pilota coinvolto, ovvero il sistema di protezione adottato dalla FIA e chiamato “Halo”. Pur non essendo comodissimo siccome riduce la visibilità del pilota, essendo posizionato al di sopra del casco e al centro della visuale ha salvato più volte l’incolumità di questi ultimi, che spesso si sono ritrovati capovolti senza battere la testa a terra (come successo a Lance Stroll nella stessa gara) proprio per la protezione offerta o come in questo caso, hanno impedito urti a grandi velocità con elementi della pista che avrebbero danneggiato gravemente il pilota, come appunto un guardrail. Anche le cellule di sopravvivenza, con le quali i piloti vengono allenati quotidianamente per essere rapidi ad uscire dall’auto nel caso ci sia una situazione di pericolo, sono di vitale importanza ed anche oggi, come in molti altri casi, si sono dimostrate perfettamente funzionanti ed adatte ai pericoli ai quali i piloti sono esposti. Parallelamente allo sviluppo della sicurezza all’interno della monoposto, ne è stato fatto un altro agli indumenti dei piloti, le tute, che oggi sono fatte in strati di Nomex ed affrontano un rigoroso processo di lavaggio, asciugatura e test, a temperature tra i 600 e gli 800 gradi per poterci resistere e dotate inoltre di un sottotuta ignifugo che copre anche la testa del pilota ed ha impedito a Grosjean di riportare gravissime ustioni in tutto il corpo. Queste importanti innovazioni, unite ad una dose massiccia di “fortuna”, hanno permesso al pilota francese di tornare a casa “solo” con qualche leggera ustione sulle mani e sulle caviglie e con qualche costola fuori posto, facendo tirare un sospiro di sollievo ai suoi colleghi, visibilmente scossi mentre riguardavano le immagini durante la sospensione della gara, ed alla sua famiglia, dimostrando che l’idea tanto criticata due anni fa di inserire l’antiestetico halo sulle monoposto è stata una scelta sacrosanta e provando ancora una volta che in questo sport gareggiano degli uomini, che si allenano duramente per poter realizzare il sogno di guidare una monoposto in F1, che rischiano la loro vita giro dopo giro pur essendo costantemente aiutati dallo sviluppo tecnologico, in particolar modo nel campo della sicurezza all’interno della monoposto, che se vent’anni fa era pressoché inesistente per via della tecnologia poco avanzata in quel campo, anche oggi ha salvato una vita.

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