Da repubblica presidenziale a repubblica delle banane

Il giorno mercoledì 6 gennaio mentre in Italia si festeggiavano in modo “diverso” l’epifania e la fine delle ferie natalizie negli Stati Uniti, a 14 giorni dall’insediamento del democratico Biden alla presidenza, è andato in scena qualcosa che nell’ultimo periodo ha avuto molti nomi. Tentato golpe, rivolta, rivoluzione, sommossa.
Se noi viviamo in un’epoca di grande incertezza, nel senso più ampio che può assumere questo termine, una cosa che può dirsi certa è che da quel giorno è sotto gli occhi di tutti che anche negli USA i valori che possedevano le istituzioni, il sistema istituzionale, quello  politico e quello della giustizia è definitivamente degenerato, sgretolato. Sia chiaro, come in Europa ed in Italia questa svalutazione istituzionale non ha portato alla conquista anarchica o colpi di stato veri e propri tali cose non accadranno neanche nel Paese dello zio Sam.
È però ancora più certo, come si sta vedendo sempre di più negli ultimi anni, che neanche chi crede di essere indiscutibilmente inbattibile è in realtà imbattibile, e che gli equilibri secolari stanno lentamente dondolando sempre di più. Da più di venti anni la società globale sta cambiando,  transitando da una fase all’altra, da un’impostazione all’altra. In primo luogo i grandi fenomeni di ogni genere, quelli che durano per un periodo minimo di medio termine che portano in conclusione ad un concreto, significativo ed evidente cambiamento sono sempre meno frequenti, sostituiti invece, seppur da un numero  maggiore di eventi, da fenomeni non solo di minor “grandezza fisica” ma anche inferiori a livello ideologico, caratterizzati invece più da semplice caos, di cui l’ultimo esempio può essere quanto accaduto a Washington.
Inizio col spiegare cosa intendo parlando proprio di questo evento pure per chiarire eventuali malcomprensioni. Per fortuna quello che si è visto quel mercoledì non deve – secondo me – spaventare quanto si pensi, anche se è un segno, come lo possono essere molti altri eventi, che se non si aggiusta qualcosa un giorno Tutto sarà possibile. I fenomeni odierni mancano totalmente di ideologia – come detto prima – , nel senso che chi vi ci partecipa lo fa perchè spinto da qualcosa, ci va per un motivo, ma non ha nè le volontà nè la passione che avrebbe avuto un partecipante per esempio delle primavere arabe. Ciò però non deve svalutare appunto tali motivi che spingono un individuo a fare certe cose, e qui mi permetto di fare un esempio per spiegarmi meglio. La cosa più semplice è anche più sdoganato da evidenziare sarebbe il paragone tra Donald Trump e Adolf Hitler. Fermi tutti, non intendo dire che lo zio Donald di New York sia capace sia in modo pratico che ideologico delle stesse cose per cui è diventato “famoso” il führer, ma voglio ricordare le modalità con cui quest’ultimo sia salito al potere. Hitler si presentava come l’anti-establishmemt pronto a rendere di nuovo grande la Germania e a “lottare” contro i nemici interni ed esterni del Paese. Anche lui toccava i sentimenti di rabbia e disperazione dei suoi concittadini, anche lui sfruttava i sentimenti repressi del suo popolo, e molto spesso anche lui era imprevedibile. È innegabile che per il popolo tedesco nel secolo scorso Hitler avesse un certo carisma, almeno in un primo momento. Ricordiamoci che si è fatto conoscere con modi abbastanza normali nel suo Paese, tolto il fallito colpo di stato e altri episodi. Anche Trump gode di carisma, diverso, ma ha comunque una fetta di popolazione attratta da lui, tanto è vero che lo stesso voto popolare che vinse la Clinton 4 anni prima ora mostra metà dell’elettorato nazionale a suo favore. Come poi la morte di Hitler non ha portato alla fine delle idee filo-nazziste, la sconfitta elettorale di Trump non deve necessariamente significare la fine del trumpismo.
Inoltre vanno presi in considerazione da una decina di anni a questa parte i social media.
Posso introdurre il loro peso ricordando lo scandalo di Cambridge Analitica, dove fu scoperto come i dati raccolti sui server diventavano facilmente strumento politico per smuovere la massa, e non solo. I social danno anche una “semplice” ma forte mano nella comunicazione in generale. Chiunque può scrivere sui social una cosa nel modo giusto e toccare molte persone, aumentando anche di centinaia di volta le possibilità date da televisione e editoria.
Ecco, ma in questi giorni – dopo l’assalto al parlamento statunitense e la successiva rimozione di Trump dai diversi social e la rimozione di app come Parler dal play store ecc. – oltre alle loro capacità comunicative si sta iniziando a parlare in modo più serio anche del fatto che questi enti siano “governati” da privati. Nasce il dubbio in certi casi su quale sia la legittimità posseduta da tali privati che li abilita a scegliere chi e quando censurare e dove inizia e finisce la libertà di espressione, sopratutto su internet. Si apre quindi finalmente una questione etica che fino ad ora era sempre sfuggita nel mondo social. Una questione etica generale che non può più essere rinviata, per finalmente capire e regolamentare il modo con cui queste piattaforme lavorano e interagiscono nel mondo sociopolitico e con gli Stati nazionali.

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