L’educazione è il pane dell’anima

GIUSEPPE MAZZINI INSEGNA L'ITALIANO AI FIGLI DEGLI EMIGRANTI

La vostra libertà, i vostri diritti, la vostra emancipazione da condizioni sociali ingiuste, la missione che ciascun di voi deve compiere qui sulla terra dipendono dal grado di educazione che vi è dato raggiungere. Senza educazione voi non potete scegliere giustamente fra il bene e il male; non potete acquistare coscienza dei vostri diritti, non potete ottenere quella partecipazione nella vita politica senza della quale non riuscirete ad emanciparvi: non potete definire a voi stessi la vostra missione. L’Educazione è il pane delle anime vostre. Senz’essa, le vostre facoltà dormono assiderate, infeconde, come la potenza di vita che cova nel germe dorme sterilita, s’esso è cacciato in terreno non dissodato, senza benefizio d’irrigazione e cure d’assiduo coltivatore.

Forse vi state chiedendo a chi appartiene questa citazione che sembra tanto arcaica nello stile quanto tremendamente attuale nel contenuto: non ho intenzione svelare subito l’autore di queste parole, ma voglio raccontarvi una storia che mostra quanto esse siano veritiere.


Il nostro viaggio ci porta nella Londra degli anni Quaranta dell’Ottocento, non nelle abitazioni dei ricchi inglesi dell’epoca vittoriana, ma in quella che fu una delle ambientazioni di Oliver Twist: Hatton Garden.

Si parla spesso dell’immigrazione italiana, ma ho notato che viene lasciato poco spazio alla storia degli emigrati italiani in Inghilterra, che invece rappresenta uno degli episodi più terribili e affascinanti della storia della nostra patria.

Hatton Garden è traboccante di immigrati italiani: la maggior parte sono bambini dagli otto a quattordici anni ceduti o affittati dai genitori in cambio di una manciata di soldi con contratti fittizi a padroni che obbligavano non senza crudeltà e maltrattamenti quei piccoli servi a compiere i mestieri più umili e più duri, quali lustrascarpe, venditori ambulanti, facchini, sguatteri, spazzacamini, mendicanti o operai; questi bambini strappati alla loro infanzia erano lasciati senza pulizia e senza cure.

È stato calcolato che fossero circa tremila solo in Inghilterra e che su dieci cinque morissero di stenti, tre riuscissero a fuggire e due continuassero l’attività di sfruttamento appresa dai padroni, probabilmente l’unica figura adulta di riferimento della loro vita: in quale altro futuro avrebbero potuto sperare? In una vita di privazioni e sofferenze che cosa può sperare un bambino che deve preoccuparsi di riuscire a guadagnare quanto basta per non morire di fame e di evitare la verga del padrone? Sicuramente questi bambini non avevano mai avuto il piacere di sentirsi raccontare una fiaba da un parente caro, ma quanto avrebbero sperato di avere la fortuna di emanciparsi come Cenerentola! L’affrancamento sarebbe arrivato non attraverso un ballo, ma grazie a una scuola; la possibilità di riscatto sarebbe stata offerta non da una fata madrina, ma da un patriota: Giuseppe Mazzini.

Giuseppe Mazzini è – come forse avrete già compreso – l’autore della frase che prima ho voluto citare. Sicuramente ricordate Mazzini grazie a quanto avete appreso a scuola, ma vorrei provare a tracciare un veloce ritratto del Padre della Patria.

Mazzini nacque a Genova il 22 giugno del 1805. Il padre, Giacomo, medico e docente universitario di anatomia originario di Chiavari, era stato politicamente attivo sia durante la Repubblica Ligure, sia durante l’impero napoleonico, contribuendo a formare quello che sarà l’ideale politico del figlio: unità nazionale, indipendenza, repubblica e, soprattutto, educazione del popolo (L’istruzione – scriveva Giacomo Mazzini – è la prima necessità di un popolo).

Giuseppe rimase però più emotivamente legato alla madre (una fervente giansenista originaria di Pegli), caratterialmente più simile a lui.

Il piccolo Pippo – così veniva chiamato in famiglia – dimostrò subito una vivace intelligenza: già a quattro anni aveva imparato a leggere; il padre gli volle affiancare un precettore, ma questo riconobbe che il giovane Giuseppe era più esperto di lui in storia e letteratura. Una volta cresciuto cominciò a preferire ai giochi le discussioni di politica tenute dal padre e dagli amici di quest’ultimo.

Di fisico debole, ma ferreo nei suoi principi e nella sua volontà, a scuola contestava i professori circa i metodi di insegnamento che egli riteneva insufficienti e provocava discussioni filosofiche: i suoi compagni lo amavano, gli insegnanti meno.

Divenne patriota a sedici anni, quando, al passaggio dei piemontesi reduci dei moti del 1821 che tentavano di imbarcarsi per la Spagna, la sua coscienza capì che si poteva, e quindi si doveva, lottare per la libertà della Patria.

Venerava Dante e Foscolo: il primo gli instillò l’idea – che diventerà la sua missione di vita – del dovere dell’unità della Patria, dal secondo assimilò il sentimento della perduta dignità del popolo italiano (dopo aver letto le Ultime lettere di Jacopo Ortis decise di vestirsi sempre di nero – e non abbandonò mai questa abitudine durante tutta la sua vita – in segno di lutto per la patria oppressa). La sua preferenza andava, ovviamente, agli artisti politicamente impegnati perché essi non si erano limitati al mero intrattenimento, ma avevano voluto conferire alle proprie opere un fine educativo.

Si era iscritto alla facoltà di medicina, ma decise di studiare giurisprudenza dopo essere svenuto durante il primo esperimento di necroscopia. Era insofferente all’obbligo imposto agli studenti di andare a messa e confessarsi, ma, a venticinque anni, preferì essere arrestato pur di non lasciare il proprio posto ai cadetti del Collegio Reale d’Austria.

Nel 1827 si laureò in legge. Immaginate la felicità dei genitori: sarebbe certamente stato facile per il figlio guadagnare esercitando la professione di avvocato nella città per eccellenza dei parsimoniosi : Giuseppe, però, aveva altri piani: seguì ciò che la sua coscienza gli dettava e si iscrisse all’ufficio dell’Avvocatura dei poveri. Esercitò per due anni la professione senza ricevere compenso alcuno, ma traendone invece un’enorme soddisfazione interiore.

Il 1827 è un anno che segna grandi svolte nella vita di Mazzini: infatti in questo stesso anno entrò nella carboneria, di cui divenne segretario in Valtellina.

Nel 1830 la sua attività cospirativa lo portò all’arresto: tra novembre e gennaio venne imprigionato a Savona nella fortezza del Priamar. In carcere la sua vivace intelligenza ebbe la capacità di concepire una nuova organizzazione: la Giovine Italia avrebbe dovuto avere un programma pubblico – a differenza della carboneria, ormai ritenuta tutto fumo e niente arrosto – che tendesse a costruire l’Italia Una, Indipendente e Repubblicana.

Subito dopo la scarcerazione fu costretto a prendere una decisione che avrebbe influenzato tutta la sua vita: avrebbe dovuto scegliere se vivere al confino sotto la sorveglianza della polizia o in esilio, lontano dalla sua patria. Non ebbe dubbi: solo in esilio avrebbe avuto la possibilità di dedicarsi anima e corpo al bene dell’Italia.

Noi non possiamo sapere che cosa prova un patriota nell’atto di abbandonare per sempre il suolo natio, ma sicuramente Mazzini sarà stato consolato e rafforzato dal fatto che anche i suoi idoli – Dante e Foscolo – avevano preferito l’esilio all’essere inchiodati a catene di schiavitù nella propria patria: ora il suo nome si aggiungeva ai loro.

Partì dopo aver abbracciato il padre (che non avrebbe più rivisto): visse in Francia e in Svizzera, ma poi si stabilì definitivamente in Inghilterra.

Mazzini giunse a Londra nel 1837 e andò ad abitare nel quartiere di Clerkenwell, che, a causa della forte presenza di immigrati italiani, divenne presto famosa come “la Little Italy londinese” e vi rimase per trent’anni.

Viveva in povertà: i suoi genitori gli mandavano del denaro – sperando che sarebbe servito a trovare un degno impiego – ma questo finiva spesso nelle mani di altri profughi italiani bisognosi che Mazzini avrebbe voluto aiutare, trovandosi però costretto a impegnare persino il cappotto e gli stivali per riuscire a sopravvivere. Il padre (che, pur non condividendo più le sue idee repubblicane e unitarie, era orgoglioso di quel figlio capace di far tremare l’Europa con la sola sua penna) decise, raggiunti i settant’anni, di rinviare il collocamento a riposo per riuscire a inviare un po’ di denaro a quella testa calda del figlio, la madre soleva inviare ceste di cibo e abiti a poco prezzo (perché il figlio non fosse tentato di regalarli ai suoi amici altrettanto squattrinati). Al contrario dei suoi amici italiani, Mazzini amava il clima inglese: le nebbie di Londra gli ricordavano l’Inferno di Dante.

Mazzini è stato spesso accusato – sia dai suoi contemporanei sia da parte della storiografia successiva- di essere stato lontano dal popolo: certamente ha incontrato parecchie difficoltà nel tentativo di raggiungere i contadini analfabeti con i suoi scritti (benché dicesse ai membri della Giovine Italia di provare a persuadere anche loro), ma non è rimasto sordo alle esigenze di quella parte del popolo italiano che, emigrata in Inghilterra, era a lui più vicina.

Nel 1840 aveva fondato una società di mutuo soccorso fra gli artigiani italiani di Londra (è stata chiusa solo nel 2008) e aveva dato vita a un giornale, “L’apostolato popolare” (organo ufficiale della Giovine Italia) in cui chiedeva, fra le altre cose, una maggiore uguaglianza sociale e affermava che i lavoratori avrebbero dovuto organizzarsi in modo da poter contrattare il salario con i datori di lavoro.

Venuto in contatto con l’ambiente operaio degli italiani a Londra, Mazzini conobbe presto la realtà dei quei bambini sfruttati. Essi non solo non sapevano leggere, ma non erano nemmeno in grado di parlare: comunicavano tra loro in un gergo mezzo comasco e mezzo inglese. Non conoscevano l’Italia: ne parlavano come di un paese straniero.


Chissà che cosa ha pensato Mazzini di fronte a tali immagini. Davvero pensavi che il popolo italiano avrebbe potuto costruire l’Italia? Guarda, questa massa di infelici ignavi è il tuo popolo italiano.

Ma Mazzini decise di lavorare per offrire loro l’unica vera arma possibile di riscatto capace di trasformare quell’aggregato informe in un’associazione di uomini liberi: l’educazione.

A costo di nuove rinunce personali decise di fondare una scuola gratuita per questi poveri fanciulli vittime di quella che era a tutti gli effetti una tratta degli schiavi.

Gli avevano detto che nessuno di questi avrebbe scelto di propria spontanea volontà di frequentare una scuola di sera, dopo le dure ore di lavoro giornaliere: il primo giorno – 10 novembre 1841 – arrivarono cinquanta alunni, il secondo giorno sessantacinque e due anni dopo erano più di duecento, tra cui dieci femmine.

I bambini imparavano a leggere, scrivere e far di conto, ma gli insegnamenti comprendevano anche geometria elementare, geografia – principalmente italiana – connessa con la statistica e lezioni su come modellare la creta. In seguito, su volontà degli studenti, furono introdotti anche l’inglese, la chimica e la meccanica elementare. La scuola continuava la sua attività anche di domenica: durante la mattina si teneva una lezione di disegno, al pomeriggio Mazzini stesso teneva una lezione di argomento generale, per esempio morale o storia patria.

Gli insegnanti – che offrivano gratuitamente la loro opera – erano alcuni degli intellettuali più in vista dell’epoca: lo storico Thomas Carlyle, il poeta Algernon Swinburne, il filosofo John Stuart Mill, Erasmus Darwin (fratello del più celebre Charles), la scrittrice Harriet Martineau, la giornalista americana Margaret Fuller, lo scrittore Charles Dickens.

Ogni anno Mazzini organizzava di persona un concerto di beneficenza per riuscire a recuperare il denaro necessario per coprire le spese: egli stesso trovava gli esecutori, vendeva i biglietti di persona.

Mazzini fondò anche un giornale di supporto per la scuola italiana: si intitolava “Il Pellegrino: Giornale istruttivo, morale e piacevole della Scuola Madre Italiana gratuita” che veniva distribuito gratuitamente agli alunni (o anche solo a chi mostrasse interesse per la scuola); esso offriva, all’interno di una cornice narrativa rappresentata dal viaggio di un pellegrino attraverso l’Italia, racconti di storia romana, di storia patria e ritratti veloci di italiani illustri (tra cui Cristoforo Colombo, Dante Alighieri, Leonardo da Vinci, Torquato Tasso e non solo), ma anche insegnamenti di carattere scientifico (quali la calamita, la bussola ed il magnetismo).

Mazzini rimase sullo sfondo, non perché non avesse a cuore l’educazione di questi giovani, ma perché temeva che la sua presenza avrebbe rischiato di esporre la scuola alla reazione di chi osteggiava la sua attività politica; già veniva accusato di insegnare non le sole tre Rs ( reading, ‘riting, ‘rithmetic), ma quattro: reading, ‘riting, ‘rithmetic and revolution. Le sue precauzioni non ebbero successo: la scuola venne osteggiata sia dalle autorità sabaude sia dalla Chiesa Cattolica. In particolare un gesuita giunse ad invocare la scomunica per coloro che osassero frequentare le lezioni e reclutò disturbatori per impedire lo svolgimento delle stesse: Mazzini, appoggiato dalla stampa londinese, ottenne la protezione della polizia e questo gli diede una così grande notorietà da permettergli sia di far rimpatriare alcuni dei ragazzi che aveva salvato, sia di trascinare in tribunale per maltrattamenti i loro padroni.

Probabilmente uno degli avvenimenti che più riempivano di gioia il cuore di Mazzini era la cerimonia in cui venivano premiati gli studenti più meritevoli: essi, giovani e adulti, venivano invitati a un pranzo e serviti dai loro insegnanti. In quell’occasione gli alunni che prima non sapevano di essere italiani parlavano di Italia, di Patria e di Libertà.


Ma oggi che cosa possiamo imparare dall’esperienza di Hatton Garden? Che cosa possiamo apprendere da un’opera di volontari che riuscì nell’impresa di restituire a giovani sfruttati come schiavi la possibilità di ascoltare la voce della loro coscienza? Vi risparmierò i soliti discorsi sull’importanza dell’educazione; nessun gran numero di parole potrà mai valere l’importanza della testimonianza dei fatti che attestano quanto essa sia essenziale: cerchiamo solo di tenerla con noi come qualcosa di prezioso a cui non possiamo né vogliamo rinunciare facilmente.

Concludo, così come ho iniziato, con parole di Mazzini.

L’educazione s’indirizza alle facoltà morali; l’Istruzione alle intellettuali. La prima sviluppa nell’uomo la conoscenza dei suoi doveri; la seconda rende l’uomo capace di praticarli. Senza istruzione, l’educazione sarebbe troppo sovente inefficace; senza educazione l’istruzione sarebbe come una leva mancante d’un punto d’appoggio. Voi sapete leggere: che monta, se non sapete in quali libri si trovi l’errore, in quali la verità? Voi sapete, scrivendo, comunicare i vostri pensieri ai vostri fratelli: che importa, quando i vostri pensieri non accennassero che ad egoismo? L’istruzione, come la ricchezza, può essere sorgente di bene e di male a seconda delle intenzioni colle quali s’adopra: consacrata al progresso di tutti, è mezzo di incivilimento e di libertà; rivolta all’utile proprio, diventa mezzo di tirannide e di corruttela.

Vorrei inoltre lasciare qualche consiglio di lettura per chi volesse approfondire la figura del patriota o soltanto avvicinarsi ad essa: 

Giuseppe Mazzini a cura di D.Rocca (2010) Edizioni Giuridiche Simone per chi si volesse approcciare per la prima volta alla vita di Mazzini

Denis Mack Smith Mazzini (2000)tradotto da B.Betti BUR Biblioteca Univ. Rizzoli per chi desiderasse invece una biografia più approfondita.

Vorrei inoltre segnalare, sul tema dell’immigrazione italiana in Inghilterra questo articolo, completo di fonti Giuseppe Mazzini, esule a Londra, e la emigrazione ciociara in Inghilterra. (altritaliani.net) e questa diretta facebook dell’Associazione Mazziniana Italiana circa la scuola creata dal patriota (10) Facebook

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