La politica sta morendo e noi la stiamo uccidendo

Prima hanno vietato il finanziamento pubblico ai partiti, poi hanno attaccato la loro stessa necessità come strutture tradizionali, poi hanno incominciato a non fidarsi del Parlamento. È da ormai più di vent’anni che il rapporto tra politica e cittadini e la stessa cosa pubblica come soggetto ha intrapreso un periodo di crisi e declino. Lo spartiacque per eccellenza è stato, in Italia, Tangentopoli. Quando è stato scoperto che nel meccanismo di finanziamento dei partiti per il loro funzionamento, per sostenere le spese per le loro campagne elettorali, pagare i loro dipendenti e le spese ordinarie di sistema e di normale gestione generale come bollette e tasse girava un altro lato “meno lecito”, non legale. Meccanismo diversamente lecito – diciamo – che coinvolgeva anche diversi settori del Paese – vari apparati pubblici e gare d’appalto ad essi collegati come la sanità, l’edilizia e diverse aree dell’imprenditoria pubblica e privata – a loro volta collegati in modo diretto o non ai partiti in vari modi – per eccellenza si parla delle famose “buste tangenti” o ” buste mazzetta”. Ma questo è solo un riassunto di cosa ha fatto da cavatappi.

Dopo “Mani Pulite” – la serie di indagini che hanno scovato il sistema primorepubblicano italiano – che ha portato a odio e sfiducia sistemici contro la cosa pubblica è iniziato un declino sempre maggiore che ha portato anche alla volontà progressiva da parte delle persone di liberarsi di quei “pezzi di politica” che erano e sono immagine “del sistema”. In Italia la “filosofia della post-democrazia” e della “democrazia diretta” è stata espressa con il Movimento 5 Stelle, che con il suo Vaffa e proposte rette a distruggere il sistema politico corrotto per poter dare vita alla democrazia diretta, hanno acquisito progressivamente consenso e ora riuscito a portare a casa una battaglia a loro molto cara, il taglio dei parlamentari, e dicono ora di apprestarsi al taglio degli stipendi di quelli che invece rimarranno. Una sfiducia, questa nel sistema politico, che si nota anche nel modo in cui i vecchi mezzi tradizionali ora vengono “usati”.

I partiti che come già detto si presentano in forte crisi, stanno perdendo così tanto valore che nelle ultime tornate elettorali alcune liste autonome hanno anche superato o di poco non raggiunto le liste partitiche – in Veneto la lista Zaia ha preso circa il 30% più della Lega ed in Campania come in Puglia le liste di De Luca ed Emiliano hanno raggiunto le liste del PD.

Inoltre spesso si sente dire che l’elitè non fa gli interessi del comune cittadino, che i “professoroni” si sentono superiori al “comune” lavoratore, creando l’immagine del difensore del popolo che non deve avere una formazione troppo da “aristocratico”, perchè altrimenti si perde il contatto coi cittadini. Questa sfiducia nella politica tradizionale e nella democrazia non è un fatto tutto italiano però. Emmanuel Macron in Francia alle presidenziali si è presentato come l’anti-sistema – che poi il suo passato politico possa raccontare diversamente è un’altra storia – , e negli Stati Uniti è lo stesso con Trump. In occasione delle presidenziali di quest’anno anche lo sfidante del Donald ha mostrato una caratteristica che ormai delinea un nuovo tipo di politica in un Paese in cui vige storicamente il bipartitismo, da due secoli a questa parte circa. Oltre al degrado della discussione che ormai anche nel Paese di zio Sam è diventato consuetudine, Biden aveva affermato durante la campagna che in caso di vittoria lui avrebbe accolto anche i repubblicani delusi da Trump, e dopo il terremoto interno ai repubblicani dopo l’assalto al campidoglio si vocifera di un partito ad personam del 45° presidente USA.

In Inghilterra pure, da tempo, a cavallo della “Brexit” si presenta una forte crisi dell’Unione, del parlamento e del governo. Evidenziato da continue nuove elezioni, ostruzioni e discussioni pesanti nelle Camere,  la forte opposizione delle zone d’Irlanda e Scozia. È troppo facile dire 《 la politica è sporca e non bisogna averci a che fare》 , è necessario , per il bene di tutti, che si intraprenda una riabilitazione, per far sì che si possa raggiungere più stabilità e quindi avere più impegno dalle nostre istituzioni, più crescita e più sviluppo e che i problemi che tanto conosciamo possano trovare una fine e una soluzione.
I numerosi limiti della politica di oggi – che diventa fine e non è più modo, fine personalistico, utilitaristico, di carriera, non modo attraverso cui perseguire il bene comune e gli interessi della collettività – si infrangono non contro il desiderio di abbatterli ma contro il disinteresse generale, l’indifferenza, la complicità. L’aver lasciato che eventi giudiziari parziali e non così imponenti portassero al crollo di un sistema non totalmente legale (quello di oggi lo è?), ma comunque democratico e rappresentativo, non ha portato frutti, né buoni né duraturi. Anzi, ha contribuito in modo determinante alla legittimazione interessata di certa magistratura non di perseguire reati commessi da politici, cosa doverosa e peraltro obbligatoria, ma di decretare la fine, anche ideologica e popolare, di un sistema politico e istituzionale consolidato.
Nessuno può sostenere che sia giusto mantenere un sistema basato sui privilegi di pochi e sulla corruzione generalizzata, ma non è neppure onesto consentire che dalle porte della giustizia entri la politica, e non per raccontare reati, bensì per favorire ascese e declini invocando trattamenti particolari. Il populismo, sia esso politico o giudiziario, è una dimostrazione del degrado civile del nostro Paese, dell’incapacità di leggere gli eventi pubblici come fatti squisitamente collettivi e non personali.

Giuseppe Porcaro e Giuseppe Clemente

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