Eve of Destruction, il più bel ritratto degli anni Sessanta

Immaginatevi la tarda estate di Los Angeles, 1965. Le giungle del Vietnam bruciano sotto i reattori dei Super Sabre, nel Profondo Sud gli scogli della segregazione resistono alla lenta erosione delle onde, e nessuno in America sa che fine abbiano fatto gli anni dell’American Way, sepolti definitivamente con la salma di un presidente assassinato. E fu così che, in quella metà di agosto, in quella metà della decade fra le più turbolente di sempre, apparve la canzone di un certo Barry McGuire dentro un album omonimo, Eve of Destruction.

Eve of Destruction, la “Vigilia della Distruzione”, riuscì dove molti fallivano e continuano a fallire, ossia a raccontare la storia; la grande storia che sta sui libri, nella memoria dei testimoni, nei sogni di chi non c’era e negli incubi di chi la visse da dentro. La grande storia degli anni Sessanta, con tutte le loro lotte e le loro guerre, che emerge persino da quel che non si sente: un verso dice una cosa, ma ne aveva azzeccate già altre dieci prima ancora che accadessero.

La canzone si apre con il classico dei classici, quella guerra ingrata che fa bruciare l’Oriente attorno a Saigon e al Mekong. È una guerra che devi andare a combattere anche tu, che non puoi nemmeno votare e che non credi nella guerra, assieme agli altri emarginati e ai poveracci cantati dai Creedence Clearwater Revival e da Bruce Springsteen.


Ma sono gli anni che sono, continua la canzone.

Sono gli anni delle Guerre sull’Acqua, degli scontri fra israeliani e arabi per il controllo delle riserve idriche del Giordano, in cui riecheggia la Guerra dei Sei Giorni dietro l’angolo. Sono anni in guerra perenne, e c’è ancora chi dice che non siamo sull’orlo dell’apocalisse; sono anni dove basta un bottone per seppellire l’umanità, dove hai ragione ad essere spaventato da quel che ti circonda, dove su tutto prevale la rabbia per una verità continuamente distorta, dove cose basilari come il rispetto umano si disintegrano, e dove non bastano le marce da sole per avere un mondo migliore.

Lo sapevano a Selma in Alabama, quando la polizia caricò manifestanti disarmati per i diritti civili, e persino nella Cina rossa ormai, dopo che il condottiero della Lunga Marcia si era dimostrato un folle incapace e il suo Grande Balzo in Avanti concluso in un’ecatombe. È l’era dell’esplorazione spaziale, di Ed White che diventa il primo americano a camminare nello spazio, cinque anni prima che Armstrong lo facesse sulla Luna, eppure il mondo è sempre il solito vecchio posto, dove i morti sono dimenticati e una preghiera lava via ogni odio.

E tutto questo, Eve of Destruction lo distilla in quattro strofe, accompagnate dalle note leggere di una chitarra, di una batteria e di un’armonica. Lo racconta accompagnato con una musica serena, né entusiasta né paurosa, ma che ti dice di sederti a contemplare il mondo, e di saperlo guardare con lo spirito dolcemente alienato e innocente della Beat Generation, quel “gruppo di bambini all’angolo della strada che parlano della fine del mondo”, come li chiamava Kerouac.


Gli anni Sessanta raccontati dalla loro stessa voce, questo è Eve of Destruction. Ed è per questo che ne sono, forse, il miglior ritratto mai dipinto.

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