Il riscatto di un conservatore (ma libertario): apologia di Barry Goldwater

Chi era Barry Goldwater?

Un veterano, un repubblicano, un ardente anticomunista dal piglio duro, uno stereotipo dell’America più classica degli anni Cinquanta; o un folle militarista che suggerì di utilizzare armi nucleari in Vietnam e un razzista che disse no al Civil Rights Act del 1964, sostenutissimo per questo dagli Stati del sud nella sua infausta campagna elettorale contro Johnson, nelle presidenziali dello stesso anno. O, coerentemente con tutta questa sfilza di lusinghe, lo stampo che Kubrick usò per modellare la maschera tragicomica di Buck Turgidson, il generale nevrotico de Il dottor Stranamore.

Insomma, Goldwater non si presenta alla storia con le migliori delle credenziali: alla meglio un vecchio pilota velleitario riciclato politico, alla peggio un reazionario della peggior specie e il ricordo di un oscuro passato. Ma al di là le apparenze e le rivisitazioni di parte, c’è la vera figura ben più complessa e sì, positiva, di un grande politico e di un grande uomo.

Un pilota di larghe vedute

Barry Morris Goldwater nacque a Phoenix, in Arizona, nel 1909. Suo padre Baron era di origini ebraico-polacche, ma Barry rimase episcopaliano per tutta la sua vita. Dopo una carriera fallimentare da liceale trovò fortuna all’Accademia militare di Staunton, in Virginia, che lo indirizzò verso la carriera militare.

Durante la Seconda guerra mondiale entrò nel Ferry Command, una divisione logistica della U.S. Army Air Force, con cui viaggiò in lungo e in largo dal Pacifico fino alle Azzorre e fin sopra l’Himalaya. Dopo la guerra, tornato in patria, fondò nel 1946 la Guardia Nazionale Area dell’Arizona, che di sua iniziativa accolse bianchi e neri senza alcuna discriminazione ben due anni prima che il processo iniziasse in tutti gli Stati Uniti con grande fatica.

Lo stesso uomo che bocciò il Civil Rights Act nel ’64, nel ’46 fu iniziatore del processo di desegregazione razziale nelle forze armate: com’è possibile?

Perché, a dispetto dell’immagine che gli fu appioppata dai suoi detrattori, Goldwater fu tutto fuorché razzista: fu membro della NAACP, l’associazione per l’emancipazione dei neri, ed estremamente attivo all’interno e vicino alla sezione dell’Arizona. La finanziò personalmente in modo cospicuo, e collaborò con essa per porre fine alla segregazione scolastica all’interno dello Stato, nel 1952 (due anni prima della Sentenza Brown).

Ma non è tutto: una volta eletto senatore degli Stati Uniti, pretese che la sua assistente di colore, Katherine Maxwell, venisse servita come chiunque altro alla mensa del Senato, contribuendone alla desegregazione. Votò a favore del Civil Rights Act del 1957 e del Ventiquattresimo Emendamento, due provvedimenti che miravano a garantire effettivamente il diritto di voto alle persone di colore, mentre non votò sull’atto del 1960.

La ragione del suo voto nel ’64, insomma, non poteva evidentemente essere il pregiudizio razziale. Ma qual era, allora?

Il Senatore Goldwater

Andiamo con ordine: Barry Goldwater fu eletto senatore dell’Arizona nel 1952, vincendo contro il navigato senatore McFarland. Diveniva così il secondo senatore repubblicano della storia dell’Arizona, e con la sua rielezione nel 1958 il primo ad essere riconfermato per un secondo mandato.

Divenne subito inconfondibile col suo stile energico e battagliero: da liberista (o meglio, fiscally conservative) di ferro quale era, non fece mancare le sue rimostranze al presidente Eisenhower (a cui comunque non mancò mai di riconoscere una grande stima) per le eccessive concessioni fatte in tema fiscale alla New Deal Coalition, né si tirò indietro dal criticare il Presidente per come gestì la resistenza degli Stati del Sud dopo la Sentenza Brown: a suo parere, l’utilizzo della Guardia Nazionale per forzare la mano costituiva una violazione dell’autonomia dei singoli Stati, che dovevano essere lasciati liberi di procedere all’integrazione scolastica “in their own way”, fermo restando il dovere di farlo.

Su questa falsariga troviamo la ratio del suo voto nel 1964: sebbene avesse votato a favore dell’atto in sede di commissione, alla votazione definitiva si espresse negativamente a causa dei Titoli II e VII, in cui lo Stato federale proibiva l’esclusione su basi razziali o religiose da strutture private come alberghi, ristoranti e teatri e analoghe discriminazioni per l’assunzione di lavoratori. Goldwater sostenne che così Washington andasse a “legiferare sulla moralità”, cercando di interferire nelle scelte individuali degli imprenditori e degli Stati federati, e che costituisse insomma un esercizio dei pubblici poteri troppo invasivo. Una posizione su cui si potrebbe molto discutere, ma sicuramente coerente e non dettata da pregiudizi razziali, che aveva ben dimostrato di non avere. Tuttavia, le due migliori qualità di Goldwater (la schiettezza e l’integrità) sarebbero finite per diventare i suoi peggiori ostacoli, e le azioni prese sulla base di esse dei gravi errori politici.

La via verso le presidenziali

Goldwater era diventato celebre nel mondo conservatore per il suo libro del 1960 Conscience of a Conservative (in realtà scritto da L. Brent Bozell Jr.), un pezzo che avrebbe fatto la storia del conservatorismo americano, a quei tempi ancora estraneo alle storture ultrareligiose e nazionalistiche subentrate dagli anni ’80 e ancora legato soprattutto all’individualismo, al libero mercato, alla self-reliance, al “preservare ed estendere la libertà” di cui la Costituzione si faceva custode.

La fama acquisita da Goldwater gli garantì il supporto dell’ala conservatrice del Partito repubblicano alle primarie per le presidenziali del ’64. Lo scontro con l’ala liberal del Partito, stretta attorno a Nelson Rockfeller e concentrata nel nord-est del Paese, si preannunciava duro.

Seppur di poco, Goldwater riuscì a battere Rockfeller nelle primarie californiane e a conquistarne tutti i delegati alla Convention Repubblicana Nazionale del luglio 1964. Qui, Goldwater pronunciò il discorso a cui “dedicò più attenzione che a qualsiasi altro discorso nella sua carriera politica”, come ebbe a dire lo storico Lee Edwards: assieme al suo candidato vice William Miller, repubblicano di New York, Goldwater entrò in una Convention già conquistata dal suo programma incentrato su un drastico taglio della spesa pubblica, sulla valorizzazione degli organi politici locali e sulla ferma opposizione ai regimi comunisti in Europa e in Asia (in una continuità ideale con la politica estera di Eisenhower), richiamandosi costantemente all’unità di un Partito che sapeva bene essere diviso. Non mancarono comunque i rimbecchi a quanti, nel Partito, vedevano la sua aperta e viscerale ostilità ai regimi comunisti come una pericolosa forma di estremismo, condensati in una frase lapidaria:

“Vorrei ricordarvi che l’estremismo nel difendere la libertà non sia un vizio. E lasciate anche che vi ricordi che la moderazione nella ricerca della giustizia non sia una virtù”.

Goldwater stravinse alle primarie (ottenne 883 voti contro i 214 di William Scranton, il secondo classificato), e il ticket Goldwater-Miller divenne quello definitivo per il GOP. La sfida era appena iniziata.

Una scelta che divenne un eco

Goldwater, inizialmente, pensava di dover correre contro JFK, con cui nonostante le diverse vedute aveva stretto un rapporto di grande amicizia e pensato ad una serie di dibattiti strutturati e regolati, sul modello di quelli fra Lincoln e Douglas del 1858, ripudiando l’approccio rabbioso e aggressivo al dibattito che la politica americana stava prendendo.

Purtroppo, però, Kennedy morì il 22 novembre del ’63, e la sua dipartita scosse profondamente Goldwater. Al posto di Kennedy, avrebbe sfidato l’odiato Vicepresidente Lyndon B. Johnson, a cui non concesse neanche la menzione nel proprio discorso di accettazione (cortesia tra l’altro ricambiata da Johnson).

La campagna presidenziale, per Goldwater e il Partito repubblicano, fu un massacro: i suoi detrattori, fra cui persino dei repubblicani a lui ostili, attivarono una poderosa macchina del fango per farlo apparire come un pazzo estremista, capace di portare il mondo all’Apocalisse nucleare (basti pensare allo spot televisivo Daisy, o le supposizioni sulla sua sanità mentale avanzate da Ralph Ginzburg in Fact), sfruttando anche le infelici uscite di Goldwater come quella, molto famosa, sul voler autorizzare i generali in Vietnam all’utilizzo di armi nucleari tattiche a basso potenziale, che minarono ancora di più le sue possibilità di vittoria.

Da parte sua, Goldwater ribadì la volontà di concludere rapidamente la guerra in Vietnam con azioni decise, di voler portare i sistemi di social security verso un modello volontaristico e di vendere a privati la Tennessee Valley Authority, ricevendo l’endorsement di politici e personaggi dello spettacolo fra cui spiccò Ronald Reagan, che a favore di Goldwater tenne il suo celebre discorso “A time for choosing”.

I risultati del 4 novembre furono devastanti: Johnson conquistò tutti gli Stati meno sei (l’Arizona e gli ex-Stati segregazionisti di Louisiana, Mississippi, Alabama, Georgia e Carolina del Sud) con il 72% dei consensi. Goldwater accettò la sconfitta con dignità, riconoscendo l’ancora forte turbamento del Paese per la morte di Kennedy e l’inopportunità di cambiare tre presidenti in quattordici mesi.

Spirito libero alla deriva

Goldwater perse molto del suo spirito battagliero, dopo la sconfitta. Fu rieletto al Senato nuovamente per ben tre volte (nel 1968, nel 1974 e nel 1980), riuscendo a mantenere un buon livello di popolarità in Arizona e un posto d’onore all’interno del Partito repubblicano, dove divenne sempre più col tempo una figura autorevole e rispettata da entrambe le parti, stenuo difensore delle prerogative del Congresso contro le prevaricazioni dell’esecutivo.

Parallelamente iniziò a manifestarsi sempre più il suo carattere eterodosso, all’interno di un Partito repubblicano in rapido mutamento: nel 1969 si disse a favore delle politiche di protezione ambientale portate avanti da Nixon, sostenendo il diritto a vivere in un ambiente salubre accanto a quello della libertà d’impresa; nel 1980 iniziò a dirsi preoccupato per la sempre maggiore rilevanza all’interno del Partito delle fazioni religiose, con cui entrò anche in conflitto aperto: quando il leader ultra-cristiano Jerry Falwell si disse preoccupato dalla nomina della moderata Sandra O’Connor alla Corte Suprema, Goldwater disse che “ogni buon cristiano dovrebbe prendere Falwell a calci in culo”.

Dopo il suo ritiro definitivo dalla politica, nel 1987, si alienò sempre di più il sostegno dei conservatori sociali con le sue posizioni libertarie in ambito sociale, sostenendole come parte integrante di un vero conservatorismo: appoggiò apertamente l’ammissione degli omosessuali nell’esercito, la legalizzazione della marijuana terapeutica e l’aborto, divenendo ironicamente il repubblicano liberal di nuovi repubblicani ancora più conservatori, su cui si espresse in modo inequivocabile: “non associate il mio nome a niente di quello che fate. Voi siete degli estremisti, e avete fatto più male al Partito repubblicano dei democratici”.

Non ci sono più i conservatori di una volta

Circa un mese fa, una folla di manifestanti repubblicani ha preso d’assalto il Campidoglio per fermare un “furto delle elezioni” che nessuno aveva saputo minimamente provare, violando un edificio che rappresenta il simbolo stesso della democrazia americana. Davanti al GOP di questi anni Dieci, davanti al sollevamento delle fasce più estreme della destra reazionaria americana, davanti alla parabola di Donald Trump, cosa avrebbe detto Barry Goldwater, il senatore disposto a citare in giudizio il Presidente Carter per aver scavalcato il Congresso nell’annullare il patto di difesa con Taiwan?

Non è difficile dire che Goldwater rappresentasse un’altra specie di conservatorismo, un conservatorismo libertario che vedeva nelle tradizioni democratiche, istituzionali e culturali americane il mezzo per preservare ed estendere la libertà individuale dei cittadini, non per limitarla.

Un conservatorismo in grado di accettare e favorire il progresso naturale e spontaneo della società, non di avversarlo, e perciò sempre più alieno al moderno Partito repubblicano, diviso fra le tendenze più reazionarie e violente della destra e un moderatismo incerto, profondamente bisognoso di un nuovo corso.

Potrà trovarlo riguardando indietro, ai conservatori di una volta alla Goldwater? O l’istinto di sopravvivenza spingerà il GOP sempre più nella direzione che ha imboccato, a fomentare gli istinti più ferali degli americani per potersene nutrire?

Restando nel nostro, possiamo dire che Goldwater fu un uomo sinceramente innamorato del suo Paese: lo difese sotto le armi e poi nelle sue istituzioni, custodendone con devozione e coscienza la Costituzione e il suo spirito profondamente libertario, che seppe sviluppare fino in fondo senza dogmatismi, con schiettezza appassionata e integrità incrollabile. Virtù indiscutibili per chiunque, ma che spesso e volentieri lo misero politicamente nei guai o gli fecero raggiungere risultati opposti a quelli desiderati, come spingere i settori più razzisti e religiosi della politica americana nelle braccia dei repubblicani. Quegli stessi settori che oggi, forse persino per sua colpa indiretta, stanno rischiando di uccidere il suo amato Partito.

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