Vetro e Democrazia: l’architettura come Identità per le Istituzioni democratiche

Da anni ormai in architettura si dibatte su quali siano i materiali e lo stile da utilizzare per le vecchie e le nuove istituzioni democratiche. L’ormai ex Presidente degli USA, Trump, ha recentemente emanato un ordine esecutivo in cui stabilisce che tutti gli edifici Federali di nuova costruzione debbano essere preferibilmente in stile neoclassico. Questa non appare una decisione legata tanto ad un aspetto estetico, quanto più connessa al tema della cultura americana: esso è, infatti, perfettamente in linea con lo stile della Capitale e, inoltre, legato alle idee di grandezza, solidità e tradizione che lo stile classico incoscientemente ci suggerisce. In sostanza, emerge sempre di più il tema dell’identità : qual è l’identità dell’architettura in Democrazia? Ma soprattutto, in quale modo l’Architettura democratica è legata allo Stato o alla Nazione di riferimento?
Fin dagli anni che precedono lo scoppio della prima guerra mondiale il dibattito appariva chiaro e sostanzialmente intransigente: i palazzi delle istituzioni devono essere in un solo stile, quello classico. Sarà con le avanguardie artistiche (grazie anche al susseguirsi degli eventi politici negli anni Venti), che quel modello verrà messo in discussione e troverà qualche variazione, anche se una sostanziale revisione non troverà una vera e propria attuazione. Un’eccezione in tal senso è il monumento alla Terza Internazionale (V. Tatlin, 1920, figura a sinistra), che doveva essere eretto a Pietrogrado per volere dello stesso Lenin. Con la sua struttura a doppia elica in acciaio alta più di 400 metri, doveva competere con la torre Eiffel. Al suo interno, tre volumi in vetro sostenuti da cavi di acciaio,  dovevano ruotare in direzioni e tempi differenti. Il primo, un cubo, con il compito di dover ospitare le assemblee legislative, aveva un tempo di rotazione di un anno; il secondo, una piramide, avrebbe dovuto ospitare l’esecutivo sovietico e compiva una rotazione completa ogni mese; il terzo, un cilindro, conteneva l’ufficio di propaganda e aveva rotazione giornaliera. In sostanza questa struttura di “Ferro, vetro e rivoluzione” era caratterizzata da un estremo dinamismo, dato sia dalla forma della struttura, sia dal movimento dei suoi volumi. 

Negli anni Trenta il movimento moderno e il razionalismo inizieranno a smantellare l’idea tradizionale di architettura, attuando la maggior parte delle innovazioni nell’edilizia privata. Dobbiamo però aspettare il crollo del muro di Berlino e quindi la fine delle grandi narrazioni ideologiche, per vedere la totale decostruzione dell’ideale classico e la fine della necessità di rispettare un determinato stile architettonico per i palazzi istituzionali. Saranno infatti il movimento Post-moderno e lo stile High-Tech a stravolgere l’idea stessa di architettura tradizionale. Nel 1992, in una Germania appena riunificata, vi era la necessità di riaffermare gli ideali democratici e liberali e, proprio per ridare lustro alle istituzioni democratiche in una Berlino che si era da poco vista restituire lo status di Capitale, fu presa la decisione di ristrutturare il tempio della democrazia tedesca: il Parlamento.

Il progetto di riqualificazione fu affidato a Norman Foster. Il progettista decise di preservare all’esterno l’aspetto classico dell’edificio, mantenendo però l’idea di una cupola – all’epoca già presente- sopra i seggi del parlamento, e introducendo allo stesso tempo una novità assoluta: due rampe elicoidali. Ormai diventata simbolo della nuova Berlino democratica, la cupola racchiude in sé un significato storico: l’elevazione dei cittadini rispetto al Parlamento. È possibile, infatti, percorrere le rampe che corrono lungo le pareti della cupola e osservare, dall’alto, i lavori parlamentari. Foster riprese l’ideale – che già ebbe Tatlin nel ‘20 – della trasparenza, espressa tramite l’utilizzo del vetro, e dunque della possibilità per ogni cittadino (almeno in linea teorica), di vedere e sentire ciò che accade nell’Assemblea.

Ciò è ancora più visibile nel Municipio di Londra, in cui sono totalmente assenti muri in mattoni o pietra, dove cioè, l’intera struttura è in “ferro e vetro”. L’estrema dinamicità strutturale e le curve organiche della scala interna rappresentano quelli che sembrano ormai essere diventati i valori delle moderne democrazie liberali : il dinamismo, dettato dalle forme “organiche” complesse delle moderne architetture e che in politica sembra essersi tradotto nella rapidità dei cambiamenti, siano essi economici o sociali; la leggerezza, dettata in architettura, dall’uso di materiali resistenti che permettono di ridurre l’impatto visivo e ambientale, tradotta in politica nella semplificazione dei sistemi burocratici e amministrativi; nella trasparenza, esemplificata dall’uso del vetro come materiale preferito, a cui si associa una sempre maggiore richiesta politica di osservazione e partecipazione al processo democratico da parte dei cittadini. Un esempio simile lo abbiamo anche in Italia, con la bellissima sede della Regione Puglia, progettata dallo Studio Valle nel 2003, che oltre ad ospitare la sede del Consiglio regionale, ospita numerosi altri servizi.

Ma quindi, qual è l’identità architettonica delle nuove Democrazie? Essa , semplicemente, non esiste. Non vi è più un’identità architettonica per le istituzioni democratiche, perché viene sempre di più messo in discussione quell’organismo in cui la Democrazia è nata: lo Stato-Nazione. La mancanza di legame con il territorio, e quindi il mancato uso di materiali locali o lessici architettonici tipici di una determinata Nazione, ha infatti appiattito le nuove architetture istituzionali; a causa di ciò, se è possibile identificare dei valori democratici espressi in architettura ( dinamicità, leggerezza, trasparenza), non è possibile legare questi alle singole realtà locali che le Istituzioni dovrebbero rappresentare: senza un riferimento culturale locale, appare quindi impossibile definire un’identità Democratica Nazionale, perché, se la stessa architettura può andare bene a Londra come a Roma, come può avere in sé un’identità Nazionale condivisa? L’impressione che emerge, infatti, è che anche le sedi Istituzionali si stiano internazionalizzando sempre di più, con conseguente perdita di un contatto e legame con il territorio che hanno l’onere e la pretesa di rappresentare.
La vera sfida per i futuri progettisti è quindi quella di riuscire a sviscerare il difficile rapporto tra tradizione e modernità e a tradurlo in una sintesi progettuale che abbia come fine il rafforzare l’identità delle Istituzioni Democratiche Nazionali dandogli dignità culturale e politica, senza però ricorrere a becere imitazioni del passato che oltre a risultare kitsch, sono una mera glorificazione di valori non più attuali o peggio ancora, rincorrere la malsana idea di distruggere tutto e di costruire senza legare il progetto alla Storia del territorio, creando di fatto anche disaffezione con la cittadinanza . La strada intrapresa dal progettista Norman Foster con il Reichstag di Berlino può essere una possibile soluzione. Appare quindi importante il rispetto di un linguaggio classico, in cui la modernità si integri con un elemento caratteristico contemporaneo (la cupola), in modo da non stravolgere l’architettura principale dell’edificio. Infatti, se da una parte lo Stato moderno è Nazione, e ha quindi bisogno di una narrazione romantica legata alla Storia e al territorio, dall’altra uno stato moderno è però anche Democratico e quindi necessita di elementi architettonici che traducano i valori descritti prima, in ferro e vetro. La realtà ci porta a pensare che il futuro delle architetture istituzionali e non solo, sarà di nuovo Internazionale. Siamo forse nel pieno di un nuovo Movimento Moderno? Oppure questa tendenza inizierà lentamente ad evolversi in qualcosa di nuovo? Sicuramente la Pandemia ha mischiato molto le carte in tavola e solo eventuali futuri progetti, magari dovuti anche al Recovery Plan, potranno determinare l’andamento dell’ormai affermato Movimento.

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