Spazio, prossima frontiera – la colonizzazione extra-planetaria e la Frontier Thesis di Jackson Turner

Nel 1893, all’Esposizione Universale di Chicago, lo storico Frederick Jackson Turner lesse un suo breve saggio intitolato “The significance of the Frontier in American History”, che avrebbe condizionato profondamente la storiografia futura elaborando la cosiddetta “Tesi della Frontiera”. Secondo Turner, ciò che aveva davvero creato lo spirito americano e le sue parti migliori (individualismo, intraprendenza, pragmatismo, amore per la libertà individuale e antipatia per il big government) non era il lascito culturale europeo e ‘germanico’, ma piuttosto la dura vita di frontiera, la necessità di adattarsi a circostanze sempre nuove e ostili, che indusse i coloni a spogliarsi di vecchie abitudini e modi di pensare per rispondere a nuove esigenze.

Vinta la natura e spogliatisi degli abiti (metaforici e non) della vecchia Europa, i coloni avevano fondato una nuova società, unica e inconfondibile, radicalmente diversa da quella che avevano lasciato ad Est. Avevano fondato, un miglio alla volta, l’America che conosciamo oggi.

Come affermava lo stesso Turner, The significance of the Frontier vedeva la luce quando la Frontiera, l’orlo vivo e dinamico della società americana, stava invece scomparendo. Il suo ricordo, associato perennemente al Selvaggio West, sarebbe rimasto impresso a lungo nella memoria collettiva americana: nel 1960, John F. Kennedy la utilizzò chiedendo agli americani di divenire i nuovi pionieri di una “Nuova Frontiera” metaforica, immaginabile come l’orizzonte del futuro, del progresso e, di conseguenza, anche dello sviluppo tecnologico, fra cui l’esplorazione spaziale teneva un posto d’onore.

Già prima di Star Trek, non erano pochi quelli che davvero vedevano nello spazio l’ultima frontiera di un mondo del tutto esplorato, anche ben prima dell’inizio dell’Era Spaziale. E quando essa iniziò, e il mondo vide Armstrong camminare sulla Luna come un novello Colombo nei Caraibi, agli irriducibili amanti dello spazio sembrò lampante: la frontiera era stata ufficialmente sfidata. Una sfida a cui, con il programma Artemis in esecuzione e il programma spaziale cinese che procede a passi da gigante, le principali potenze globali e soggetti privati associati sembrano di nuovo intenzionati a partecipare.

Universalizzando la Tesi della Frontiera, si potrebbe dire che le conclusioni a cui arriva siano semplici: la Frontiera, intesa come quel confine indefinito fra un mondo di abitudini consolidate e l’ignoto, è il luogo dove gli elementi di una cultura sono posti a prove di tenuta costanti. Essa prende i bagagli culturali di un uomo e lo obbliga a chiedersi “ti serve davvero questo?”, gettando dalla finestra quelli antiquati, inutili, inopportuni o esplicitamente dannosi.

Ma la Frontiera non libera solo: dove ha tolto il peso di vecchie abitudini, aggiunge quello di nuove più moderne, più utili, più opportune, più benefiche, e con questo continuo togli-e-metti, un po’ alla volta, crea una nuova cultura che ha solo ricordi della, o delle vecchie da cui è nata.

Procedendo per analogia, dovrebbe essere ragionevole pensare che vivere in un ambiente alieno come quello extra-terrestre finirebbe per amalgamare e ritoccare le culture dei futuri coloni, creandone una specificamente lunare, marziana o di qualsiasi altro corpo celeste colonizzato. Va da sé che ci muoviamo nel campo della speculazione, e che a prevedere il futuro quasi sempre ci si sbagli, ma tentare non costa nulla: come potrebbero svilupparsi, queste nuove culture?

Chiediamoci: chi è che effettivamente va nello spazio?

I criteri specifici variano inevitabilmente da Paese a Paese, ma il profilo dell’astronauta è sempre il medesimo: una persona altamente istruita, fisicamente sana e disciplinata, in grado di svolgere compiti ripetitivi e di collaborare efficacemente con altri individui in ambienti isolati e ristretti; persone innanzitutto psicologicamente stabili e razionali, in grado di affrontare un ambiente in cui la sopravvivenza dipende da ben più che dal cacciare o dal costruire una capanna.

Sembra perfettamente in linea con la Tesi della Frontiera: in un ambiente duro, in circostanze inedite, solo i più capaci e i più reattivi possono sopravvivere, e quando la frontiera si sarà spostata un po’ più in là, quando i primi piccoli avamposti avranno posto radici e le prime comunità semi-stabili avranno iniziato a sbocciare, la necessità di persone stabili, preparate, flessibili e collaborative non potrà che aumentare di numero. E se (con ogni probabilità) il modello di colonizzazione che vedremo adottato fuori dalla Terra prevederà la presenza permanente di umani su altri corpi celesti, arriveremo alla nascita del nostro soggetto di studio vero e proprio: non l’astronauta, non l’avventuriero, non lo scienziato, ma il colono, l’uomo che viene per restare e per mettere radici.

Se pensiamo ad un fattore che porti lo sviluppo coloniale in tal senso, possiamo trovarlo negli interessi economici. Per grattare via l’elio-3 dalla regolite lunare e venderlo sulla Terra, ad esempio, servirebbero una quantità infinita di cose: satelliti, sonde, mappe, attrezzature, lavoratori, infrastrutture, personale di servizio, sistemi di comunicazione, depositi e zone di carico, senza contare alloggi, mense, svaghi, sale di comando, sale di riunione, centrali energetiche e infiniti impianti di supporto vitale, dalla creazione di atmosfera alla produzione di cibo e acqua.

Una simile complessità non potrebbe essere affrontata facilmente con personale a rotazione rapida, e ci sarebbe la necessità di far restare un gran numero di persone sul satellite per periodi prolungati. Sorvolando le complicazioni giuridiche dell’attività economica nello spazio (che meriterebbero un articolo a parte), così come quelle d’interesse biologico sulla permanenza prolungata nello spazio, la necessità di restare anche per anni su altri corpi celesti chiamerebbe, a sua volta, la necessità di ulteriori strutture e infrastrutture, ulteriori investimenti, ulteriori margini di guadagno e ulteriore interesse nello sviluppare la colonia.

L’impresa privata e non-governativa, insomma, sarebbe in questo modello la motrice dello sviluppo coloniale, supportata più o meno direttamente da governi che saranno presumibilmente interessati ad esternalizzare i costi di realizzazione effettiva, e a ritagliarsi piuttosto il compito di finanziatore e “committente” di opere pubbliche.

Altro elemento connesso al tema costi: la collaborazione internazionale. Pochi Paesi sono in grado e disposti a spendere anche miliardi nella colonizzazione dello Spazio, ed è ragionevole credere che gli insediamenti nasceranno come frutto di cooperazioni internazionali, ad esempio fra i Paesi europei in seno all’ESA, o fra Europa, Stati Uniti ed Estremo Oriente. Sebbene l’attuale regime giuridico dello spazio extra-atmosferico sia ancora incentrato sull’idea di giurisdizione ‘semi-territoriale’ e nazionale, precedenti come l’Accordo sulla ISS lasciano immaginare che si andrà verso forme di convivenza o persino di compenetrazione giuridica sempre più stretta fra ordinamenti diversi, lasciando aperte prospettive di istituzioni comuni locali e persino di autogoverno, possibile fondamento per futuri processi indipendentisti.

Se la Frontiera di Turner avrà fatto il suo lavoro, insomma, ci troveremo una comunità con dei tratti già abbastanza delineati: flessibilità, intraprendenza, stabilità, dedizione al lavoro e abilità nel cooperare sarebbero il risultato del labor limae continuo sui precedenti culturali dei coloni, che nel tempo ne avrebbe smussato gli angoli: cose come la rigidità mentale, l’egocentrismo e la svogliatezza sono d’intralcio in un contesto dove trionfano i caratteri opposti, e la “selezione culturale” avrebbe tagliato i primi e premiato i secondi. Se a questo aggiungessimo il ruolo svolto dall’iniziativa privata nella costruzione della società extra-planetaria, e la probabile mescolanza etnico-culturale che si avrebbe in un simile contesto, non avremmo un risultato molto dissimile da quello che Jackson Turner vide negli Stati Uniti dell’Ottocento.

Cose come l’intraprendenza, la flessibilità, la dedizione al lavoro e l’alto livello di istruzione creerebbero un modello culturale positivamente individualista, completato dalla propensione a collaborare con i propri colleghi per migliorare le proprie condizioni generali. La self-reliance, l’etica del lavoro, la razionalità e la stabilità psico-emotiva diventerebbero virtù apprezzate, basi di modelli comportamentali diffusi, terreno fertile per lo sviluppo di un’economia fortemente competitiva e innovativa.

Il sistema economico si fonderebbe insomma sulle imprese private, mentre il ruolo dello Stato sarebbe principalmente quello di investire nella ricerca, garantire la libertà del mercato e commissionare lavori d’interesse pubblico. È molto probabile che una società del genere, nel suo sviluppo come Stato indipendente, superi il concetto di Stato sociale in favore di un sistema di previdenza sociale e di tassazione più leggero, per esempio basato su un reddito minimo universale, ma ci spingeremmo troppo in là con la speculazione.

Tornando ad un livello più elevato di astrazione, è probabile che le opposte tendenze fra cooperazione spontanea e riguardo per la competenza portino politicamente ad altre due tendenze speculari: una che spinga per il massimo decentramento del potere decisionale, verso un sistema di democrazia sempre più diretta e interconnessa, e una che spinga invece per la tecnocratizzazione della democrazia liberale, verso un sistema opposto di unilateralità delle scelte politiche. Due tendenze che modificherebbero profondamente la democrazia rappresentativa odierna, plasmandola in forme del tutto nuove e peculiari del contesto in cui nacquero.

Si tratta forse di una visione troppo ottimistica e “personale”, ma niente come la previsione del futuro è più legata alle convinzioni personali: i modi in cui si assoceranno gli uomini del futuro resta materia innanzitutto dei sociologi e politologi del futuro, ma provare a immaginarli razionalmente è qualcosa che possiamo fare anche oggi.

E sebbene il fine di questo articolo non fosse dire cosa dovrebbe, ma cosa potrebbe accadere, non è possibile pretendere di aver immaginato l’unico modo in cui possa svilupparsi una società extra-planetaria: ciò che si è fatto, più modestamente, è stato immaginare come si potrebbe razionalmente arrivare ad una società soggettivamente migliore, nata dalla parte migliore dell’umanità che, ancora una volta, affronterà la sfida dell’ignoto, solo per cercare una vita migliore.

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Una risposta

  1. 15 Marzo 2021

    […] un precedente articolo ho già accennato al fatto che, a mio parere, la via per le stelle sia la via dell’impresa […]

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