Il mito del Rex e la tragedia della cultura navale Italiana

Primo agosto 1931, alla presenza del Re Vittorio Emanuele III e la Regina Elena, veniva varato il più grande transatlantico Italiano: la Turbonave Rex. L’epopea dei transatlantici italiani, troppo spesso dimenticata, non solo ha contribuito a migliorare l’immagine e il prestigio dell’Italia nel mondo, ma è anche stata ( soprattutto per gli ingegneri, gli architetti e i designers ) una fantastica opportunità per sperimentare le nuove tecnologie e le tendenze artistico-culturali che furono il motore del panorama culturale Europeo dagli anni ’20 fino agli anni ’80. Uno dei transatlantici divenuti un Mito, sia per il successo internazionale che riscosse, sia per l’utilizzo smodato della propaganda, è certamente il Rex. La nuova nave , progettata dall’ingegner Achille Piazzai, con 270 metri di lunghezza, 37 di altezza e con 27 nodi di velocità (53 km/h) era la più grande, veloce e lussuosa nave mai costruita in Italia. Lo stile classicheggiante ma libero dalle eccessive decorazioni, le verande, l’aria condizionata (una rarità all’epoca) e le due piscine esterne rendevano gli ambienti interni ed esterni ampi e luminosi, al contrario di molti altri transatlantici. Fu inoltre, il primo transatlantico ad utilizzare la prua a Bulbo (di forma arrotondata) e motori di ultima generazione, rigorosamente FIAT. Il nome scelto non era certo casuale: infatti, nonostante l’Italia di quegli anni fosse in pieno periodo Fascista, il supporto alla monarchia era ancora molto elevato e, a sostegno di ciò, furono fatti stampare numerosi opuscoli in cui possiamo leggere l’augurio “Regis nomen, navis omen” che ( tradotto in italiano ) suona come “Nome regale, presagio per una nave”. Il fascismo, geloso del sostegno alla monarchia, ordinerà qualche anno dopo la costruzione di un’altra nave, battezzata ” Victoria”, che avrebbe dovuto essere, dal canto suo, la massima rappresentazione artistica e tecnica di ciò che il fascismo, velleitariamente, desiderava propagandare.

Dobbiamo inoltre ricordare che, a causa del crollo di Wallstreet avvenuto nel 1929, nonostante in Italia non vi fu il disastro che vi fu in Germania , l’economia comunque arrancava e anche la cantieristica navale Europea aveva subito una forte interruzione. Costruire un transatlantico in quegli anni non era scontato, poiché realizzarne uno richiedeva non poca spesa: basti pensare che il Rex costò 150 milioni di lire, circa 152.3 milioni di Euro attuali. Si voleva far percepire all’estero l’idea di un’Italia quale potenza economica e navale, di un paese che, nonostante la crisi, aveva la forza e il prestigio per permettersi quegli splendidi biglietti da visita che erano i Transatlantici. La propaganda di regime sembrò avverarsi quando, nel 1933, il Rex, avendo raggiunto la velocità media di 30 nodi, conquistò il Nastro Azzurro strappando il titolo al transatlantico tedesco “Bremen”. Nonostante le dimensioni ridotte rispetto ai transatlantici francesi o inglesi, il Rex dimostrò che anche gli Italiani erano in grado di costruire ottime navi. Infatti, se le altre compagnie e Nazioni straniere avevano preferito competere sulla lunghezza, la larghezza e la stazza, noi italiani abbiamo dimostrato che – permettetemi – non contano le dimensioni, ma sono: l’efficienza tecnica, l’investire nell’innovazione e il saper arredare con gusto a far diventare una nave un Mito.

Il passaggio dai transatlantici alle grandi navi da crociera è stato progressivo, ma non per questo meno traumatico: la chiusura di molti cantieri e la svendita della Compagnia di bandiera “Italia Navigazione“, hanno costituito un grosso trauma per la cultura navale Italiana. Gli Italiani di oggi non hanno nessuna cultura marittima ma, a differenza di Germania e Francia, il nostro Paese è una penisola circondata dal mare. Abbiamo commesso l’errore di guardare troppo alla terraferma, scordando ciò che ci rende italiani nel senso più geografico del termine, cioè abitanti della penisola italiana, dimenticandoci cioè di essere circondati dal mar Mediterraneo. Questo costituisce un’importante opportunità, se non dal punto di vista politico, sicuramente dal punto di vista economico; in questo mare si concentrano le più frequentate rotte crocieristiche e, inoltre, l’apparato cantieristico navale ha una catena del valore molto ampia ed è quindi molto redditizio, basti pensare che una moderna nave da crociera costa in media 350 milioni di Euro.

Nonostante una situazione economica, politica e culturale disastrosa, per chissà quale motivo, le compagnie straniere di tutto il mondo fanno ancora a gara per far costruire le loro navi in Italia e, qualora non fosse possibile, farle progettare da designer o ingegneri navali rigorosamente italiani. L’Italia deve recuperare la propria cultura storica navale, poiché senza di essa, non potrà progredire né economicamente né culturalmente, per riuscire quantomeno a sedersi alla pari con tutte le altre Nazioni che si affacciano e competono sul Mediterraneo.

.

.

Potrebbero interessarti anche...

Una risposta

  1. Andrea Stacchietti ha detto:

    Davvero un bell’articolo. Un’epoca, quella dei transatlantici, in cui anche una nave poteva essere un simbolo, dove ogni dettaglio aveva un peso. Non parliamo di lamiere di ferro ben assemblate, ma il più delle volte di vere opere d’arte, se pensiamo al Rex, al Normandie, il Michelangelo ecc., Navi che ancora oggi possiamo trovare sui libri di storia dell’arte e che a distanza di quasi un secolo rappresentano pur sempre un vanto di una nazione.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.