HOW I MET YOUR DRAGHI

“La maggiore forza di opposizione ci viene non da un partito di opposizione ma da Italia Viva”
Era il 13 Febbraio 2020, un anno e 11 mesi prima dell’apertura della crisi di governo che porterà, dopo quasi un mese di travagliate discussioni e finti colpi di scena, alla fine del governo Conte II. Ma quali sono le tappe di questa lunga e lenta marcia verso la morte? Ripercorriamo lo scontro tra il presidente del consiglio Giuseppe Conte e Italia Viva, e proviamo a tracciare un’analisi il più possibile imparziale dell’attuale crisi di governo che ha portato all’incarico dell’ex presidente della Banca Centrale Europea
Siamo in Febbraio quando, come abbiamo già detto, iniziano a esserci le prime avvisaglie concrete di tensioni tra il partito Italia Viva e il suo leader Matteo Renzi, e il presidente del consiglio Giuseppe Conte. È un momento ancora “classico” quello che precede da li a nemmeno un mese quello “emergenziale” della crisi pandemica che investirà il paese, ma nessuno sembra comunque avere intenzione di far cadere il governo, e perché? Il motivo è presto detto, e lo spiega il discorso dello stesso Matteo Renzi quando, in pieno Agosto del 2019, quando era ancora senatore del Partito Democratico, fa intuire la necessità di una nuova prospettiva politica, a tempo si, almeno è ciò che traspare dalle parole, ma necessaria per “fare la legge di bilancio” “scongiurare l’aumento dell’IVA” e infine “evitare le elezioni in pieno inverno”. Nella realtà le ragioni sono più complesse e mettono insieme una serie di interessi: da quello del Movimento 5 Stelle di voler proseguire nell’esperienza di governo anche a costo di cambiare la forza che li sostiene; a quello del Partito Democratico, intimorito dalla crescita nei sondaggi della coalizione di Centrodestra guidata da Matteo Salvini; e infine a quello di una parte del Partito Democratico e del Movimento, i quali, seppur in minoranza nei rispettivi partiti, spingono per un alleanza fin dal 2018. La storia è quindi intricata e lunga e mette insieme una strategia da grande tessitore di Renzi (prima contro e poi favorevole all’alleanza coi grillini) a evidenti ragioni tattico politiche
Ma non volendo dilungarci troppo torniamo al 2020 e con un salto di due mesi arriviamo ad Aprile. Siamo ancora nel pieno dell’emergenza e la maggioranza sembra ancor più solida rispetto a quanto non lo fosse mesi prima, tuttavia una cosa sta cambiando. La curva sta infatti ormai rallentando e da qui a poche settimane si entrerà nella fase di visibile decrescita della prima ondata. È quindi qui che il leader di Italia Viva lancia la sua prima stoccata al presidente del consiglio, proprio sulla gestione della pandemia. Bisogna pensare al dopo lockdown, al come riaprire, alle scuole, al turismo, alla cultura e ai commercianti e ristoratori. E come un eco che da lontano arriva nella valle iniziano a risuonare nell’aula del Senato le parole che l’ex segretario dem farà sue nel corso dei mesi successivi: priorità a scuola, lavoro e economia. Ecco che inizia a profilarsi sullo sfondo il germe della rottura. Perché se Conte e il resto della maggioranza spingono per tenere i lockdown e agire con prudenza, dall’altra parte per Italia Viva la ricetta è un’altra: riaprire, in sicurezza si, ma riaprire. Inizia a porsi qui il tema della gestione della crisi economica e sociale generata dalla pandemia e dalle misure atte a contrastarla. Ma siamo ancora nella prima ondata e conviene aspettare, aspettare fino all’Autunno
Nel frattempo a Luglio, più precisamente il 29 Luglio, il governo proroga lo stato d’emergenza fino al 15 Ottobre. Situazione strana, i contagi sono in netto calo e ormai ovunque sul territorio nazionale si è riaperto, perché prorogare l’emergenza? Si teme ovviamente una seconda ondata e il governo vuole disporre delle misure emergenziali per poter mettere rapidamente in essere tutte quelle misure atte a prevenire una seconda ondata o in ogni caso a prepararsi adeguatamente ad essa. I temi caldi sono ovviamente le terapie intensive da potenziare, i posti letto per gli altri reparti da trovare, la gestione dei trasporti, delle scuole e dei luoghi di culto, di ritrovo sociale e di cultura. Ed è su questi temi che lo scontro diventa aspro, e perché? Facciamo un passo indietro, perché noi sappiamo che Renzi e il Movimento 5 Stelle hanno un’idea di fare politica e una visione del futuro sistema Italia quasi diametralmente opposte. Non sono d’accordo sui temi economici, non sono d’accordo sulla gestione della politica estera, e nemmeno sono troppo concordi sulle questioni “etiche” e dei diritti civili, con una parte del Movimento ancora legata al modello del Conte I. E allora come trovare l’accordo? Ci prova il Partito Democratico a mediare, ci prova la Lamorghese sulla questione della riforma dei decreti sicurezza, ci prova persino Conte, ma gli attriti sono evidenti. Dalle critiche al commissario Arcuri a quelle sulla gestione economica fatta via bonus e ristori, le distanze tra i grillini i Italia Viva aumentano costantemente, e fanno temere una crisi di governo già a Dicembre, se non fosse per un tema, un tema caldissimo sulla quale tutti vogliono poter decidere, ovvero il piano per la gestione dei fondi del Next Generation EU
E quindi si arriva a Dicembre inoltrato, e la discussione sul “Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza” si fa sempre più acceso. Da una parte si cerca di parlare di temi, di visione sul futuro, e di mettere giù un piano programmatico e specifico, seguendo l’esempio francese; dall’altra la discussione sul piano si intreccia alle dinamiche interne del Movimento 5 Stelle, con le prime ipotesi di spartizione del bottino tra i ministeri (addirittura nelle prime indiscrezioni si parlava di decine di progetti dedicati palazzo della Farnesina, l’edificio proprio) culminate in centinaia di piccoli progetti scomposti e disorganizzati. A mediare ci prova il Partito Democratico, che tramite il ministro Gualtieri svolge un ruolo di primo piano nella creazione del progetto. E così si arriva alla prima bozza, quella che comparve su tutti i giornali e le trasmissioni, quella con i vari capitoli di spesa con annessi fondi allegati. Ma nel frattempo altri eventi avevano turbato la tranquillità della maggioranza. È il 28 Dicembre e si deve votare la Legge di Bilancio in extremis per evitare l’esercizio provvisorio, e nel mentre che nelle aule ci si affanna per cercare di far approvare il bilancio, Giuseppe Conte annuncia che terrà una conferenza stampa in contemporanea al voto in Senato. È la prima tessera di un domino che inizia a cadere sempre più rapidamente. Nei giorni successivi infatti, Italia Viva si unirà al coro di sdegno lanciato dalle varie opposizioni, che sulla questione avevano battuto anche in aula: su un bilancio da decine di miliardi fatti a debito, con un deficit mai visto da decenni, in una situazione così grave e con la fiducia a blindare la legge, dov’è il presidente del consiglio dei ministri? Dov’è? Se lo chiede più volte Matteo Renzi e nelle settimane successive rincara la dose sulla bozza del piano per il Next Generation EU. Il piano è arrivato in ritardo, ed è ancora una bozza e in questa bozza dopo mesi di lavoro che cosa c’è? Due sono i punti critici per il leader di Italia Viva: la quasi totale assenza di fondi per la sanità, solo 9 miliardi sui 200 miliardi del complessivo sostegno europeo, e la struttura del piano, ancoda diviso in una disomogenea compagine di piccoli bonus. Ma l’ex presidente del consiglio rincara la dose: chi gestirà le risorse europee? Chi scriverà il piano? Dei tecnici? E se si, nominati da chi? Il piano secondo Matteo Renzi deve essere fatto dalla politica perché solo la politica può avere un idea di paese, e soprattutto non può decidere tutto il presidente. E qui si aggiunge un altro tassello per lo scontro tra i due: Giuseppe Conte non ha ancora ceduto la delega ai servizi, come avevano fatto tutti i predecessori
Siamo ai primi di Gennaio ormai e la tensione è altissima, il governo si riunisce ancora una volta per decidere sul piano e stavolta il senatore toscano pone un’altra condizione sul tavolo: il MES sanitario, se c’è, perché non usarlo? Secondo Matteo Renzi il Movimento 5 Stelle ragiona in modo ideologico senza spiegare il motivo del suo no, secondo i grillini invece è il leader di Italia Viva a porre volutamente un tema divisivo. Nella realtà Renzi sta effettivamente cercando lo scontro ormai, puntando sui temi caldi per sfidare il presidente del consiglio e il Movimento che lo sostiene. Nei fatti sul MES il Movimento 5 Stelle continua a opporre resistenza, vuoi per non perdere uno degli ultimi ideali rimasti, vuoi per non dare eccessivamente spazio all’avversario, ma il punto ormai è che il governo è in stallo. Siamo quasi a metà Gennaio e la crisi è ormai minacciata apertamente. Il governo è infatti ormai bloccato e i veti reciproci stanno inficiando il lavoro su tutto. La stessa seconda bozza del piano, seppur migliore della precedente, pare non aver risolto i punti veramente importanti. Per molti il problema è quindi a monte e sta nella figura di Giuseppe Conte, ormai passato da essere un premier utile al momento giusto per impedire il ritorno al voto, al vulnus principale dell’intero esecutivo. Del resto la presenza del presidente del consiglio e del Movimento 5 Stelle che oppone una strenua difesa a colui che ormai è il suo vero e proprio leader, impedisce di cacciare il commissario per l’emergenza Arcuri, di risolvere il nodo cruciale del MES e, più in generale, la creazione di un vero piano per il rilancio economico che, a inizio 2021, dopo quasi un anno dai lockdown, ancora manca. Per il leader di Italia Viva questo, aggiunto alla disastrosa gestione della seconda ondata, con oltre 70.000 morti dall’inizio dell’epidemia, e alla costante marginalizzazione del parlamento e, a sua detta, di parte dello stesso governo, ha ormai determinato la rottura. Tra 10 e il 12 Gennaio la goccia che fa traboccare il vaso, nei vertici di maggioranza gli esponenti delle altre forze di maggioranza attaccano Italia Viva e viceversa, in un botta e risposta che si sposta tra i palazzi della politica, gli studi televisivi, e le dichiarazioni lanciate via social. È la morte della politica. Il 13 Gennaio il senatore Matteo Renzi leader di Italia Viva, in una conferenza stampa annuncia le dimissioni dei due ministri e del sottosegretario che facevano parte del governo Conte II, aprendo la crisi di governo
Ora iniziano a essere importanti i tempi, perché la crisi entra nel suo momento cruciale e serve fare in fretta, lo dice Conte, lo dice Mattarella, lo chiedono i partiti, e soprattutto il paese. 6 giorni, meno di una settimana per trovare quella ventina di parlamentari che consenta di superare il fatidico numero di 161 che serve per avere la maggioranza assoluta in Senato e scongiurare la caduta del governo. Perché Conte non si vuole dimettere, anzi accetta la sfida di Renzi “lo aspetto in aula” aveva detto il leader di Italia Viva, e così sarà. Inizia il toto nomi, si cerca tra i piccoli partiti, nel misto, tra gli ex 5 Stelle, anche tra eventuali dissidenti di Italia Viva, e sorge un gruppo, con l’intero di raccogliere questa nuova forza parlamentare intorno alla figura del presidente del consiglio Giuseppe Conte. Nascono i “responsabili”, poi chiamati “costruttori”, sta di fatto che non ce ne sono abbastanza. È il 18 Gennaio, alla Camera dei Deputati il governo ottiene la maggioranza, il giorno dopo si approda al Senato. Ci sono tutti in aula: Salvini, Renzi, Conte, Di Maio, tutti i protagonisti della politica italiana degli ultimi tre anni di governo di questo paese, fanno i loro discorsi, che non staremo qui a riassumere per l’eccessiva lunghezza che ne deriverebbe, ma in breve il riassunto è uno, è una lotta all’ultimo sangue. Accuse reciproche di tradimento, di bulimia di potere, di irresponsabilità, di incompetenza. Ma alla fine dopo il primo atto arriva il colpo di teatro, Italia Viva si astiene, e Conte ottiene la fiducia, si, ma con 156 voti contro 140, ma con ben 5 voti sotto il fatidico numero 161, che per altro non garantirebbe comunque di avere una maggioranza solida. Salvo anche grazie al voto dei senatori a vita e di alcune defezioni, Conte non ha quindi la maggioranza assoluta e deve prendere una decisione, dimettersi? No, si deve in tutti i modi cercare il modo di rafforzare la maggioranza, nonostante tutti i precedenti indichino il contrario, a dispetto di ogni previsione, il governo resiste ancora per 7 lunghissimi giorni. Ma i numeri ancora non si trovano, e il voto sulla riforma della giustizia del ministro Bonafede, alla quale Italia Viva ha già annunciato il suo voto contrario, si avvicina. E senza i numeri non si può nemmeno avere la maggioranza nelle commissioni, strategiche per il controllo del parlamento. Dal Partito Democratico inizia a filtrare un umore tutt’altro che positivo: Conte non può andare avanti senza maggioranza, a maggior ragione in un periodo di crisi. È così che dopo una lenta agonia, a 12 giorni dall’apertura della crisi di governo, Conte annuncia le dimissioni. Annuncia, perché non si dimette ufficialmente, lo farà il giorno dopo, sperando in un disperato tentativo notturno per trovare i numeri e salvare la maggioranza e il suo governo. Ma il tentativo non riesce, e dopo l’ennesimo strappo alle consuetudini istituzionali, all’alba di mezzogiorno del 26 Gennaio, Conte sale al colle, è la fine del Conte II
Tempestivamente il presidente della repubblica Sergio Mattarella apre le consultazioni coi partiti: è necessario fare presto perché davanti a noi ci sono le sfide della campagna vaccinale e della stesura del piano per i fondi europei, piano che ancora manca. Passano quindi tre giorni di consultazioni, ogni partiti presenta una proposta diversa: Fratelli d’Italia schierata per il voto, la Lega anche, anche se con qualche timida apertura ad altre alternative in caso di governi di unità nazionale, Forza Italia chiede il “governo dei migliori”, aprendo alla possibilità di un governo con Partito Democratico e Movimento 5 Stelle, ma senza Conte. E nella vecchia maggioranza? Tutti sono compatti su Giuseppe Conte, “O Conte o Elezioni”; tutti tranne Italia Viva che prosegue con ambiguità a tenere i piedi in due scarpe. Ma la realtà al di là delle dichiarazioni ufficiali si delinea via via con uno scenario molto diverso. All’interno del PD sono ormai in molti a rumoreggiare, e ancora nelle settimane precedenti si era rilanciata l’idea di una “Maggioranza Ursula” con le forze europeiste, mentre lo stesso nome di Conte traballa; nella Lega, e nel Centrodestra in generale, si vuole cogliere l’occasione di partecipare a un governo di scopo che gestisca il piano per il Next Generation EU, e le dichiarazioni si fanno via via più morbide. Tra i leghisti è Giancarlo Giorgetti che è sempre più decisivo, mentre nel Partito Democratico, il segretario pare isolato. Alla fine però si apre uno spiraglio, forse illusorio, sicuramente vuoto, di 3 giorni, è il mandato esplorativo al presidente della camera Roberto Fico. L’obbiettivo? Ricomporre la vecchia maggioranza che avrebbe dato la disponibilità a riproporre un’azione di governo, nella forma sembra stia per delinearsi un Conte Ter, nella pratica, si spiana la via che di lì a breve porterà alla definitiva rottura. Perché dopo pochi giorni, scaduto il mandato esplorativo, senza nemmeno chiedere altro tempo, il presidente Fico il 2 Febbraio annuncia che non è possibile proseguire con la strada della vecchia maggioranza, Italia Viva e Movimento 5 Stelle sono ormai in collisione totale, il Partito Democratico sembra incerto e tentennante. A cosa sono serviti quindi questi tre giorni? Seguiti ad altri tre giorni di consultazioni di Mattarella? Una settimana di tempo buttato nel nulla? Qui non si vogliono fare ipotesi ma cercare il più possibile di attenersi alla realtà dei fatti e a ciò che realmente sono gli eventi, ma vogliamo sbilanciarci solo una volta. E se il tempo perso fosse invece tempo guadagnato? Se le consultazione servissero a prendere i giorni necessari a preparare una svolta che, come abbiamo visto, è ormai nell’aria? Forse sono solo ipotesi, sicuramente non veritiere, sta di fatto che il 3 Febbraio Mattarella fa un annuncio: Draghi è il presidente incaricato
Ma quali sono state le reazioni dei partiti alla nomina di Draghi? Vediamole una ad una. Per parte del Partito Democratico, dopo aver strenuamente difeso la massima o Conte o morte, l’appello del presidente della repubblica ha immediatamente rimescolato le carte in tavola, facendo cambiare idea anche ai più decisi supporter di Giuseppe Conte, come il segretario Nicola Zingaretti. Il Partito Democratico ha quindi dato un si convinto, sin da subito, alla nuova esperienza, con pochissima esitazione; salvo poi cambiare idea. Si, perché nel partito è prevalsa la linea della non decisione, o della decisione in base a chi avrebbe partecipato al nuovo esecutivo. Il Si convinto è quindi prime diventato un forse, poi un ipotesi di un appoggio esterno, e infine nuovamente un Si convinto, perché “sono gli altri ad aver cambiato idea non noi”. Meno tentennamenti ci sono stati, si fa per dire, tra i grillini, con il Movimento 5 Stelle prima schierato per un netto no a qualsiasi alternativa a Conte, con la prospettiva del voto, per bocca dello stesso Grillo, poi Grillo incontra Draghi e se ne innamora perché “è un grillino anche lui”, d’altronde era in tutti i V-Day, pure quelli in cui si insultava il capo della Banca Centrale Europea. E tra un cambio di idea e un altro, i leader del partito si ricordano dell’esistenza di Rosseau: il voto è programmato a decisione già presa, ma verrà comunque fatto, poi forse no, poi viene rimandato e quindi eseguito l’11 Febbraio, il giorno prima dello scioglimento della riserva del presidente del consiglio incaricato. Vince il Si, si andrà al governo, e iniziano a rumoreggiare sempre di più all’interno: Lezzi, Toninelli e Di Battista votano no, quest’ultimo addirittura abbandona il Movimento 5 Stelle. Più cauta pare la Lega, che per giorni aspetta, valuta, cerca di indagare le intenzioni di Draghi, e nel frattempo dice che si “concentrerà sui temi” con qualche stoccata del segretario Matteo Salvini contro i veti sul suo partito. Nei fatti ci si prende una lunga settimana, continuando a dire che i colloqui sono stati più che positivi, ma non è ancora un Si, che arriva invece alla fine del secondo giro di consultazioni. Italia Viva, Liberi e Uguali, Forza Italia e Azione/+Europa sono tutti sin da subito per il Si, senza troppe giravolte, quasi con una delega in bianco al presidente del consiglio incaricato. Resta fuori, con l’unico, netto e fermo No, Fratelli d’Italia, il partito di Giorgia Meloni non si fa incantare da Mario Draghi, ma nemmeno gli mostra troppa ostilità, “faremo opposizione responsabile e costruttiva” è la linea che emerge. Insomma, Mario Draghi piace a tutti, ai politici, ai partiti di tutti gli schieramenti, alla stampa, a Confindustria, ai Sindacati, e perfino al popolo italiano, in grande maggioranza fiducioso o comunque non ostile alla sua nomina. Ma chi saranno i ministri del nuovo governo Draghi? E soprattutto, quale sarà il ruolo del Movimento 5 Stelle, sempre più spaccato in aula e minoritario nel paese?
Il giorno 12 Febbraio il presidente del consiglio Mario Draghi presenta la nuova lista dei ministri: dieci tecnici e quindici politici, e di questi ultimi quattro in quota Movimento 5 Stelle, tre rispettivamente per Lega, Forza Italia e Partito Democratico, uno per Italia Viva e Liberi e Uguali. Tra i tecnici alcuni volti noti, il manager Vittorio Colao, già a capo della task force di Conte, all’innovazione, Luciana Lamorghese, ex prefetto, confermata agli interni, e Marta Cartabia, ex giudice ed ex presidente della corte costituzionale, alla giustizia. Novità al ministero dell’economia e delle finanze, con Daniele Franco, ex ragioniere generale dello stato e dirigente della Banca d’Italia, uomo vicino al presidente del consiglio, e al neonato ministero per la transizione ecologica, con Roberto Cingolani, ex dirigente della Leonardo. Anche tra i politici ci sono alcune conferme, alla difesa, alla salute e agli affari esteri, dove restano i ministri del precedente governo, ma anche qualche ritorno, con la nomina di Renato Brunetta, già ministro per la pubblica amministrazione, proprio a quel dicastero. Dall’altra parte però un reset totale si nota sulla componente “economica” del governo, con il ministero dello sviluppo economico affidato al leghista Giancarlo Giorgetti, che sostituisce Stefano Patuanelli, comunque presente nella squadra, e col ministero del lavoro affidato al dem Andrea Orlando. Importante è anche poi la nomina di Massimo Garavaglia, della Lega, al nuovo ministero del turismo, creato ad hoc per rispondere alle esigenze di un settore duramente colpito. Infine ai rapporti con le regioni un’altra figura del centrodestra, Mariastella Gelmini, scelta forse per avere una maggiore coordinazione con le regioni, controllate per tre quarti proprio dal centrodestra
La fiducia al governo Draghi, ultimo atto dopo il giuramento, è fissata il giorno 18 Febbraio al Senato della Repubblica, il giorno successivo all Camera dei Deputati. Non ci sono particolari sorprese, se non il no di una piccola frangia di Liberi e Uguali, cappeggiata da Fratoianni, e dalla scissione di quaranta parlamentari del Movimento 5 Stelle, un terremoto politico per i grillini. Per ora non possiamo far altro che augurare buona fortuna al nuovo governo, sperando che faccia tutto ciò che sarà necessario per portarci fuori dalla crisi, e che questo sarà abbastanza.

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