I sette giorni di Percy: perché il Perseverance non è un rover qualunque

Mars ain’t the kind of place to raise your kids, disse una volta Elton John. “Infatti, fa un freddo del diavolo” aggiunse. E non è difficile credere che la vita sarebbe difficile persino per un robot, su una palla di ruggine arida come il Sahara e fredda come l’Antartide .

Persino per un piccolo carro armato da oltre dieci quintali come il Perseverance, che oggi festeggia la sua prima settimana sul nostro rossastro vicino. Il nostro eroe ha già iniziato a realizzare la sua modesta vocazione di fare la storia dell’esplorazione spaziale, quando cinque giorni fa ci ha inviato i primi suoni mai registrati su Marte. Ma considerando cosa si porta appresso Percy, il soffiare della brezza in un atmosfera densa un centesimo della nostra sembra ben poca cosa.

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L’idea di Perseverance nacque dopo il successo della missione Mars Science Laboratory (MSL), nel 2012, quando la NASA annunciò pubblicamente che avrebbe inviato un altro rover su Marte entro otto anni. Percy fu costruito come un “upgrade” di Curiosity, il rover protagonista di MSL, aggiungendo alla struttura di base una nuova strumentazione e migliorie tecniche dettate dall’esperienza (ad esempio, ruote più spesse e con raggi al titanio per maggiore supporto elastico).

Da dove cominciare?

Innanzitutto, ricordiamoci che la missione di Perseverance ha quattro punti fondamentali:

1) Trovare luoghi che avrebbero potuto ospitare vita microbica;

2) Cercare in detti luoghi le “impronte” chimiche di microrganismi del passato;

3) Raccogliere e incapsulare campioni di rocce e regolite marziana;

4) Testare tecnologie per le future esplorazioni umane.

Per non farci mancare nulla, poi, Percy è accompagnato da Ingenuity, un piccolo elicottero a energia solare di neanche due chili che, se tutto andrà bene, compirà il primo volo atmosferico della storia fuori dalla Terra, e che lo aiuterà nell’esplorare il Cratere Jezero.

Già bastano i primi due punti a rendere Perseverance un pioniere: Mars 2020 è la prima missione spaziale che abbia il concreto scopo di trovare tracce di vita passata o, chissà, anche presente.

Non per niente, Jezero dà buoni motivi per pensare che sia stato un lago in un qualche momento del suo passato: due canali, a nord e ad ovest, erano probabilmente un fiume che lo alimentava, ed entrambi presentano bacini rocciosi che ricordano sedimenti di un delta.

Alla NASA non si aspettano certo di trovare resti di pesci alieni nel lago, ma la possibilità di rilevare tracce (leggi: impronte chimiche) di antichi microbi sulle rocce non è certo così remota. Per lo scopo, Percy è stato dotato di uno spettrometro a raggi X (PIXL, Planetary Instrument for X-Ray Lithochemistry) e di uno a raggi UV (SHERLOC, Scanning Habitable Environment with Raman and Luminescence for Organics and Chemicals), oltre a due camere a lungo raggio (MastCam-Z e SuperCam) per lo studio stratigrafico e geologico della zona.

Il terzo punto, poi, è il primo, fondamentale passo della Mars Sample Return, un’operazione a lungo termine estremamente ambiziosa che punta a raccogliere campioni della superficie marziana e portarli sulla Terra per uno studio approfondito, il tutto nel corso di questa decade.

Nel braccio meccanico di Percy, più evoluto di quello di Curiosity, c’è un complicato sistema di raccolta e incapsulamento che impacchetterà campioni di rocce e regolite da lasciare sulla superficie, come regali di benvenuto per tutta quella squadra di macchine che arriverà nel 2028 per raccoglierli, radunarli e mandarli sulla Terra, dove arriveranno nelle avide e ultra-sterilizzate mani degli scienziati per essere studiati.

Infine, il quarto punto è probabilmente il più intrigante: in una prospettiva a lungo termine che inizia a intrigare anche soggetti privati, la NASA punta a vedere piedi americani su Marte, che siano di astronauti in esplorazione o un giorno di coloni permanenti, e che, con il resto dei loro corpi americani, avranno bisogno di vivere per mesi (o anni) in un ambiente almeno umanamente vivibile, e al massimo addirittura confortevole. Come prepararsi ad un simile scenario?

Innanzitutto, pensando alle due cose di cui gli esseri umani hanno più bisogno, acqua e ossigeno. Dopo che l’ESA ha scoperto non uno, ma un sistema intero di laghi salati sotterranei su Marte, ci si è iniziati a chiedere se l’acqua in forma solida possa essere trovata anche più in superficie.

Questa è la missione del RIMFAX (Radar Imager For Mars’ subsurface Experiment), il radar sotterraneo del Perseverance sviluppato dai norvegesi, che sarà in grado innanzitutto di sondare e analizzare il sottosuolo marziano fino a 10 metri di profondità, e di conseguenza di trovare anche eventuali tracce di acqua liquida, solida o brinata nelle viscere dello Jezero. Se un giorno vedremo torri di perforazione in cerca d’acqua riempire la Isidis Planitia, come quelle petrolifere oggi coprono il Texas orientale, sarà stato anche grazie alle ricerche di Percy.

Infine c’è forse l’elemento più interessante della missione, il Mars Oxygen ISRU Experiment, o MOXIE. ISRU è l’acronimo di In-Situ Resource Utilization, la filosofia operativa che ogni buon colonizzatore dello spazio dovrebbe seguire: se ti serve qualcosa, portatela da casa solo se non c’è modo di costruirla con ciò che troverai lì. E il discorso vale per tutto, persino per l’ossigeno. E qui veniamo al MOXIE, una scatola di trenta centimetri che dovrà generare piccole quantità di ossigeno dall’anidride carbonica marziana tramite elettrolisi, testandone la purezza per poi rilasciarlo.

Nonostante quel che si potrebbe pensare, l’obiettivo primario di MOXIE non sarà vedere come creare ossigeno da respirare, ma piuttosto come creare in loco l’ossigeno liquido che faccia da propellente per razzi, senza dover portare dalla Terra il carburante per il ritorno con tutto il peso in più. Ma insomma, le due cose non si escluderebbero.

Facendoci due conti, appare chiaro perché Percy non sia un rover qualunque: è stato creato con il preciso scopo di cercare tracce di vita su Marte, per preparare il terreno a missioni scientifiche future, e per testare le nostre idee attuali su come affrontare la prossima frontiera dell’umanità, il tutto in un robot costano poco più di due miliardi di dollari. Percy non va lì solo per esplorare, va lì anche come apripista della colonizzazione umana. Per 687 e passa giorni terrestri vagherà su un pianeta morto, affinché noi potremo un giorno farlo rinascere.

E quando le sue batterie si scaricheranno, quando la polvere e il gelo di Marte avranno la meglio su di lui, possiamo solo sperare che i futuri coloni abbiano la riconoscenza di esporlo in un museo, con una targa che ricordi la virtù che ha incarnato, la Perseveranza. La perseveranza della goccia che buca la roccia e dell’umanità che assalta il cielo per conquistarlo, affinché i suoi discendenti possano, un giorno, vedere in quella macchina primitiva e graffiata dalla polvere il miglior amico che l’uomo abbia mai avuto.

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