WhatsApp, Signal e il potere dei consumatori

Circa due mesi fa, WhatsApp annunciò l’imminente cambio di termini servizio a milioni di persone in tutto il mondo, a decorrere dall’8 febbraio.

Le modifiche, per quasi tutti i Paesi del mondo, riguardano innanzitutto la condivisione di dati con le altre componenti del gruppo Facebook, mentre resta invariata la policy di WhatsApp sui messaggi e i contatti: l’app ricorre a un sistema di crittografia che rende i messaggi leggibili solo da mittente e destinatario, non può condividere posizione o lista dei contatti con terze parti, e soprattutto non avrebbe modificato tutto questo con i nuovi termini di servizio.

Ciò che avrebbe fatto, essenzialmente, era dare la possibilità (facoltativa) di condividere il proprio numero con aziende private per fare acquisti usando direttamente WhatsApp. In Europa, poi, le tutele del GDPR del 2016 avrebbero reso le modifiche ancora più blande, quasi nulle per l’utente medio. Eppure, la percezione è stata ben diversa.

Il messaggio che spesso è passato, complice la necessità di dover aggiornare i termini di servizio per poter continuare ad usufruire dei servizi della piattaforma, era: “venderemo i vostri dati e i vostri messaggi a chi più ci pare e dovete farvelo andare bene, altrimenti vi chiudiamo l’utenza”. Chi non reagirebbe male a una cosa del genere?

È stato proprio a seguito dell’avviso di aggiornamento dei termini di servizio, attorno alla metà di gennaio, che ha fatto notizia a livello mondiale l’esplosione di Signal, un app concorrente di WhatsApp che sembrava farne da perfetto contraltare: un app più ‘discreta’ nel raccogliere metadati, open-source (ossia con un software non soggetto a copyright) e gestita da una LLC (simile ad una Srl nel diritto americano) a sua volta sussidiaria di una fondazione non-profit, la Signal Foundation, creata da Brian Acton, lo sviluppatore originale di WhatsApp che vendette l’applicazione a Facebook Inc. nel 2014.

Molto diversa, insomma, da un’applicazione di messaggistica gestita da uno dei maggiori gruppi informatici al mondo, e perciò prima destinazione di chi si sentì invaso nella sua privacy dai nuovi termini di WhatsApp.

I download di Signal aumentarono vertiginosamente, non tanto da spodestare WhatsApp ma abbastanza da far impensierire Zuckerberg e soci, e da costringerli a correggere il tiro: in tutto il mondo, l’adozione dei nuovi termini di servizio fu accompagnata da messaggi rassicuranti sulla continua garanzia della privacy che WhatsApp e Facebook Inc. avrebbero offerto (in India, il mercato più grande per l’app, si arrivò addirittura a dichiararlo attraverso la stampa), mentre figure di spicco come Elon Musk ed Edward Snowden esortavano pubblicamente le persone a installare Signal, e persino la Commissione Europea iniziò ad incoraggiare l’uso di questo fra i propri dipendenti.

Alla fine, WhatsApp arrivò a ritardare di tre mesi l’adozione dei nuovi termini, per placare definitivamente l’inaspettata emorragia di utenti avvenuta e ribadendo, ancora, il proprio impegno a garanzia della privacy dei messaggi.

Cosa ci insegna questa vicenda?

Innanzitutto, l’importanza delle pubbliche relazioni e delle loro modalità comunicative: gli utenti di WhatsApp sono stati posti davanti all’obbligo di accettare i nuovi termini per poter continuare ad utilizzare l’app, cosa che di per sé ha perfettamente senso: prima di usufruire di un servizio, bisogna accettare le condizioni a cui è erogato. Eppure, una cosa così razionale è stata percepita dalle persone, esseri naturalmente irrazionali, come un ricatto perpetrato da una multinazionale crudele contro i poveri utenti, sensazione ingrandita dal fatto che i nuovi termini riguardavano, agli occhi della persona comune, qualcosa di oscuro e sospetto sulla privacy. E se persino Snowden incitava ad abbandonare WhatsApp, qualcosa di losco sotto non poteva non esserci, pertanto WhatsApp fu costretto a riformulare daccapo il proprio messaggio, per farlo apparire meno “intimidatorio”.

Secondariamente, ci ha ricordato di quanto potere hanno i consumatori, organizzati o meno, nel dettare condizioni ai produttori, e di come questo potere sia inevitabilmente esprimibile solo all’interno di un’economia concorrenziale. WhatsApp non è certo nuova a simili fughe di utenti: quando fu acquisita da Facebook, Telegram e Line riportarono di aver registrato rispettivamente un aumento di 8 e 2 milioni di utenti. Questo non impedì a WhatsApp di diventare la prima app di messaggistica al mondo, ma ci ricorda che essa non era e continua a non essere sola sul mercato. È in questa varietà di scelta che si esprime il potere del consumatore di poter indirizzare le politiche aziendali persino dei grandi colossi della comunicazione, ed è questa varietà che permette al mercato concorrenziale di rimanere capace di soddisfare i bisogni mutevoli della popolazione molto più di uno monopolistico. Ed è per questo che, se dovessi indicare uno dei principali pregi del capitalismo e del libero mercato, indicherei l’esempio di WhatsApp e Signal, di un nano in grado di mettere in difficoltà un gigante battendolo dov’è più debole, ed eventualmente di diventare un gigante a sua volta, un giorno, forse anche più grande di quello che aveva sconfitto.

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