Due parole sull’Italia e il settore spaziale

Incredibile ma vero, a volte l’Italia non è il peggio del peggio. E ancora più incredibile, a volte riesce persino a fare bella figura.
Fra queste rare congiunzioni astrali, una può essere il ruolo nel settore spaziale internazionale che l’Italia è riuscita a costruirsi soprattutto a partire dagli anni Duemila. Un ruolo che, pur non potendo prescindere dalla dimensione europea in cui naturalmente si colloca, riesce lo stesso ad essere rilevante di per sé anche su scala mondiale.

Prima di tutto, un aneddoto come buon inizio: l’Italia fu la quinta nazione nella storia a spedire un satellite in orbita, e la terza (dopo USA e URSS) a farlo esclusivamente con proprio personale. Era il San Marco 1, una sorta di pallone da beach-volley nero e bianco di 115 chili, che decollò da Wallops Island nel dicembre del ’64 per studiare la ionosfera, per poi rientrare nell’atmosfera dopo 271 giorni.
Il Progetto San Marco sarebbe continuato con alti e bassi fino al 1988, quando l’ultimo dei cinque satelliti lanciati decollò dalla Piattaforma omonima del progetto nei pressi di Malindi, in Kenya, finendo la sua vita il 6 dicembre e, con essa, quella del progetto stesso. Ma mentre questo moriva, sempre nel 1988, vide la luce la nuova fase dell’esplorazione italiana dello spazio: l’ASI, l’Agenzia Spaziale Italiana.

Con l’evoluzione della tecnica e l’apertura del settore spaziale ai privati, nel contesto italiano sono emersi sin da subito due giocatori principali, Avio S.p.A. e Leonardo-Finmeccanica. Leonardo controlla Avio detenendone circa il 28% delle azioni, ed è a sua volta controllata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, con il 30% circa del capitale azionario in mano pubblica. Leonardo è, insomma, il principale ambasciatore dello Stato italiano nel settore, e lo si è visto anche nel rapporto con il principale collaboratore e concorrente dell’Italia nella costruzione di vettori e mezzi spaziali: la Francia.


È fuor di dubbio che, nel contesto europeo, Parigi giochi la parte del leone quando si tratta di spedire oggetti oltre l’atmosfera: fu la Francia ad avanzare la proposta di una serie di vettori europei, negli anni Settanta, e fu il Centre national d’études spatiales (CNES, la NASA francese per intenderci) assieme all’ESA a creare Arianespace nel 1980, la prima compagnia del mondo nel settore dei trasporti spaziali commerciali; questa poi gestì in grandissima misura il Programma Ariane, grazie al quale i Paesi europei poterono beneficiare di una propria serie di razzi vettori rappresentata, oggi, dall’Ariane 5 (il 6 attende ancora di vedere la luce, ma è probabile che lo faccia entro quest’anno). Il tutto, ribadiamolo, ad opera di una società di diritto francese posseduta al 35% dal CNES e al 64 dall’insieme dei soggetti francesi partecipanti.

L’Italia, comprensibilmente, non poté competere alla pari di una potenza nucleare che aveva interessi diretti ed evidenti nell’investire nei vettori a razzo, perciò la via a cui si ricorse fu logicamente quella della collaborazione in ambito europeo: nel 2005 l’Alenia Spazio, società controllata sempre da Leonardo (allora solo Finmeccanica) e già nome di tutto rispetto nel settore spaziale, avendo dato un contributo fondamentale alla progettazione e alla costruzione della ISS, creò una Joint Venture (una collaborazione stabile, si potrebbe dire) con la francese Alcatel, concretizzatasi nella Alcatel Alenia Space. Il capitale sociale era per un terzo italiano e due terzi francese, e quando quei due terzi furono interamente acquisiti dalla sempre francese Thales nel 2006, la Joint Venture divenne la Thales Alenia Space, il colosso europeo dei satelliti che conosciamo oggi, sempre con i medesimi rapporti di forza fra italiani (Leonardo-Finmeccanica S.p.A.) e francesi (Thales SA).
D’altra parte non mancano certo, nella storia recente dell’esplorazione spaziale, atti di leadership e intraprendenza da parte dell’Italia, a cominciare dal ruolo avuto nella costruzione della sonda Mars Express, concretizzatosi nel radar MARSIS e nelle sue sensazionali scoperte recenti, come il sistema di laghi salati nel sottosuolo marziano. Altri esempi sono certamente il razzo leggero Vega, realizzato da una cooperazione fra ASI ed Avio che ha reso l’Italia uno dei pochi Paesi al mondo in grado di costruire vettori propri (al netto dei recenti, sfortunati insuccessi sofferti dal Vega e dall’ESA intera, vedere le missioni VV15 e VV17), o ArgoMoon, il micro-satellite costruito da Argotec e ASI selezionato dalla NASA (unica fra le proposte europee) per prendere parte alla missione Artemis 1, il primo passo verso il ritorno dell’uomo sulla Luna.

Confronto fra le dimensioni dei tre vettori attualmente impiegati dall’ESA: il Vega (qui nella sua versione E), il Soyuz/ST mutuato dai russi sin dal 2007 e l’Ariane 5, ultimo prodotto operativo dell’Arianespace.

L’Italia si è dimostrata un Paese in grado di offrire un proprio sostanziale contributo all’esplorazione spaziale, e tale contributo ha ben ripagato: l’ASI riporta che le aziende italiane nel settore spaziale ammontino a circa 250, quasi tutte PMI, e che il loro numero sia cresciuto del 15% fra il 2014 e il 2019, con un +3% di occupati nel settore nel medesimo periodo e un fatturato totale di 1,9 miliardi nel 2017. Nonostante il ruolo del pubblico resti fondamentale (circa il 60-70% dei progetti ne è ancora finanziato direttamente), quello dei privati sta conquistando piano piano terreno, mentre si discute sull’entità del rientro economico che hanno gli investimenti nel settore: se l’ESA stima circa sette euro guadagnati per ogni euro speso, uno studio dell’ASI in collaborazione con l’Università di Roma Tre riporta addirittura un ritorno massimo di undici euro per ogni euro investito.

Ovviamente, infine, non si può trascurare il fenomeno della New Space Economy, con le sue startup innovative guardate con interesse da investitori pubblici e privati, né il modo in cui l’Italia sembra farsi positivamente notare anche qui: all’Expoforum Europeo del 2020, il premio per la migliore startup è stato vinto dalla Picosats di Trieste, mentre l’anno precedente la Leaf Space di Milano iniziava a concludere contratti con agenzie spaziali di tutto il mondo. Entrambe le startup sono specializzate nel campo dei microsatelliti e della comunicazione, altro settore in cui l’Italia riesce a dimostrare una certa forza (vedasi Telespazio, per due terzi in mano italiana e per un terzo francese, che resta ad oggi uno dei leader mondiali nel settore).
Un mondo sepolto di imprese giovani e innovative, di cooperazione sana e proficua fra pubblico e privato e fra Paesi diversi: in sostanza, il contrario di tutto quel che il macrosistema Italia rappresenta. Il sistema delle isole felici in un mare di melma, dei buoni esempi che non riescono mai a diventare modelli e della dedizione pagata a pacche sulle spalle, che lascia ben poco per cui essere ottimisti sul futuro. Ma se guardiamo verso l’alto, verso il futuro dell’umanità oltre le nuvole, possiamo ritrovare la speranza pensando che alla fine, sottoforma di un satellite, di un radar o di un modulo della ISS, un piccolo posto in quel futuro l’Italia l’ha già conquistato.

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