Quando calcio e politica si incontrano e fanno la storia

“Gli italiani perdono le partite di calcio come se fossero guerre e perdono le guerre come se fossero partite di calcio”

-Winston Churchill

Questa citazione ci ricorda quanto per noi italiani sia importante il calcio, tant’è che persino nella prima metà delle scorso secolo era conosciuta questa nostra catteristica, ma se pensassimo che questa sia una peculiarità italiana ci sbaglieremmo. Infatti molti altri paesi nel mondo condividono questa passione e oggi vorrei parlarvi del rapporto tra il Calcio e la politica.

Prima di tutto bisogna distinguere i due effetti che può avere il calcio: Aggregare/unire o dividere (spesso collegato all’esito di un importante partita).

Nel primo caso citerò 2 mondiali che spiegano molto bene il rapporto tra il calcio e i regimi dittatoriali di stampo nazionalista. Italia 1934, in quest’anno fu organizzato il secondo torneo mondiale di calcio. Il duce Benito Mussolini (che spinse molto affinché i mondiali si svolgessero in Italia) approfittò del momento per fare propaganda ed elogiare le qualità fisiche dell’uomo Italico. Il piano diede risultati più che ottimi: non solo l’Italia ospitò i mondiali, ma li vinse. Il secondo caso sono i mondiali del 78′ in Argentina vinta dalla medesima nazione. In questi anni siamo in un periodo particolare dell’Argentina, il Paese è sotto il sanguinario regime di Jorge Videla, e molti argentini ricordano quei mondiali come un piccolo momento di euforia e spensieratezza. Evento molto dibattuto di quell’occasione sportiva è quello della partita tra Perù e lo Stato ospitante, infatti nelle fasi a gironi del torneo l’Argentina aveva bisogno di vincere la partita con un grande distacco per sorpassare il Brasile. La partita finì 6-0 per gli Argentini e il giorno dopo si parlò di navi Argentine dirette a Lima con tonnellate di grano. Vinta la finale fu lo stesso Videla a consegnare la coppa del mondo alla squadra di calcio.

Per il secondo esempio vi potrei poi parlare per ore dei così detti “ultrà” cioè coloro che esagerano nel tifare e sfociano nella violenza, ma vi parlerò invece dei 2 casi più eclatanti, in cui la partita di calcio fu solo la goccia che fece traboccare il vaso per eventi ancor più gravi. Giugno 1969, per accedere ai mondiali in Messico del 70′ El Salvador e Honduras dovevano giocare 2 partite, una giocata ad El Salvador e una in Honduras.  2 Paesi storicamente rivali, si odiavano e per di più i continui flussi migratori da El Salvador verso Honduras erano causa di continua tensione. In entrambe le partite la squadra estera si trovò letteralmente attaccata dai tifosi locali che ne disturbavano il sonno all’hotel con sassi, Trombette e bombe artigianali. Entrambe le volte non ci furono feriti  nella nazione calcistica in trasferta, ma per lo staff si registrarono feriti o addirittura morti. La prima finì 1-0 per la nazionale Onduregna e la seconda 3-0 per El Salvador, al tempo non si contava lo spareggio sommando i Goal quindi ci fu una terza partita in Messico vinta 3-2 per El Salvador. I cittadini dell’Honduras se la presero con gli Immigrati Salvadoregni e il governo (di El Salvador) decise di dichiarare guerra. Il conflitto in sé e per sé fu breve e con pochi morti, per la sua storia viene definita guerra delle 100 ore o (come viene conosciuta internazionalmente) Football War.

Il secondo caso invece è particolare. 30 Giugno 1990, Firenze. Sotto gli occhi di tutti (ma allo stesso tempo ignari), la nazionale della Jugoslavia gioca una partita ad un mondiale, l’ultima partita ad un mondiale. Prima però credo sia necessaria una breve spiegazione della situazione Jugoslava di fine secolo: innumerevoli Etnie, 3 religioni e un solo Tito. Tito fu l’unico collante che riuscì a tenere uniti i popoli slavi del sud (da cui deriva la parola Jugoslavia). Ma Tito ormai non c’era più e i popoli chiedevano l’indipendenza da Belgrado. In quei anni gestire la nazionale era difficilissimo, negli stadi c’erano sempre più tifosi che non intonavano l’Inno Jugoslavo, ma quello della propria etnia. Nei mondiali del 90′, la Jugoslavia arriva ai quarti di finale contro l’Argentina di Maradona. La Jugoslavia è molto forte, tant’è che viene chiamata “Brasile d’Europa” per l’abilità di emozionare il pubblico e il suo gioco fuori dal comune. Ora però torniamo alla partita, passano i primi 90 minuti senza alcun goal, quindi si passò ai tempi supplementari che però non hanno esito diverso. Si passa ai rigori, siamo all’ultimo rigore, l’Argentina è un goal avanti e la Jugoslavia ha bisogno di un rigore per non essere squalificata. L’ultimo rigore lo tira Faruk Hadžibegić, il capitano della squadra. Ironia della sorte, un Bosniaco. Faruk prende la rincorsa e tira, un tiro ben mirato, ma non fu abbastanza. Il portiere la parò e la Jugoslavia fu eliminata, per l’ultima volta nella storia. Forse non ci potrebbe essere correlazione tra questo rigore e la dissoluzione dello Stato Jugoslavo, ma in quel paese in cui una partita di calcio della nazionale (nonostante tutto) era rimasta l’unica occasione in cui si dimenticava la propria etnia e si ci sentiva Jugoslavi…Beh, quella sconfitta fu devastante. Neanche 1 anno dopo Slovenia e Croazia dichiarano l’indipendenza, seguite 9 mesi dopo dalla
Bosnia-Erzegovina e il resto è la guerra più sanguinosa dell’Europa dalla Seconda Guerra Mondiale. Ancora oggi quando Faruk torna in ex Jugoslavia, molte persone gli dicono
“Se non avessi sbagliato quel rigore…” e chi sa, magari la storia veramente sarebbe stata diversa.

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