UN DECENNIO SENZA PACE

A 10 anni dallo scoppio della guerra civile in Siria volevo dedicare il mio pensiero al popolo siriano che sta subendo le devastazioni di una guerra infinita e le loro conseguenze sul piano sociale, economico e ora anche pandemico
Non è facile parlare di una guerra ancora in corso, sulla quale sono già stati versati fiumi d’inchiostro e dedicati resoconti, analisi e chi più ne ha più ne metta. Molti sono i dati del conflitto ma il primo che citerò è 10, il numero di anni trascorsi da quel 15 Marzo 2011, data simbolica di inizio del conflitto, con l’inizio delle prime proteste di massa contro il regime, a Dar’a e in altre città del paese. Ma quali sono i motivi dello scoppio del conflitto? Si potrebbe e si dovrebbe scrivere un libro per dare tale risposta ma per fare una sintesi il più possibile accurata quello che si può dire è che la guerra civile siriana si interseca a due eventi fondamentali per la storia del medio oriente, del mondo arabo, del bacino del mediterraneo e del mondo stesso: la primavera araba e l’inverno arabo. Con questi due termini presi in prestito dalla stampa occidentale si definiscono due periodi intercorsi rispettivamente tra il 2010-2012 e il 2014-2018
Per definire la primavera araba si può usare la descrizione che se ne diede dal punto di vista occidentale, quella di un fenomeno del tutto nuovo per il medio oriente che per la prima volta rilanciava il sentimento panarabo di unione tra i vari popoli di lingua araba in chiave anti autoritaria. Secondo questa narrazione la rivolta, pur riconoscendo nata da un malessere sociale preesistente e causato da determinati fattori come la crisi economica e l’estrema povertà della stragrande maggioranza della popolazione; divenne nei fatti una successiva lotta per la democrazia. Seppur questa visione potrebbe sembrare accettabile da un certo punto di vista, soprattutto se guardiamo a casi come la Tunisia, è invece facilmente minata da altri casi come quello libico e siriano, ma anche dallo stesso contesto dell’Egitto che, pur approdando a una democrazia e alla prima elezione libera, nei fatti, dal 1952, tornò in brevissimo tempo a un regime ancor più sanguinario. Ed è qui che si collega il secondo fenomeno, quello dell’inverno arabo, che può essere definito, mi si passi la semplificazione, come la naturale evoluzione e la successiva crisi della primavera araba stessa. In breve, se diamo per assodato che molte contraddizioni erano insite allo stesso movimento delle primavere, non possiamo non ammettere che l’inverno arabo, con la sua regressione autoritaria, le guerre civili e l’esplosione del fenomeno del terrorismo di matrice fondamentalista islamica, non ne sia in parte figlio. Ma a questo e al fenomeno dell’Isis arriveremo con calma
Tornando alla nostra Siria per comprendere meglio il panorama nel quale ci troviamo catapultati a inizio 2011 bisogna fare due passi indietro e puntualizzare tre grandi questioni che salteranno fuori in tutta la loro complessità durante la guerra. Anzitutto è bene ricordare che la Siria moderna, come la stragrande maggioranza dei paesi del luogo, è in massima parte frutto di una costruzione artificiale. Se infatti una Siria storica effettivamente esiste, a differenza di quanto si possa dire per altre nazioni, essa non è certo però legata a quella odierna in maniera lineare. Per prima cosa la Siria antica è molto più spostata verso le coste, ben più di Damasco o Aleppo, a tenere banco sono città come Antiochia, capitale dell’impero Seleucide, detto anche impero Siriaco appunto, le quali però sono o in altri paesi addirittura o in molti casi oggi marginalizzate. Un secondo fattore è poi quello della riduzione della Siria, per gran parte della sua storia, a mera espressione geografica, sia per quanto riguarda la sua presenza sempre all’interno di grandi imperi, dagli Achemenidi ai Califfati passando per Roma e Bisanzio, sia la sua strutturazione più come entità amministrativa che come nazione soggiogata, a differenza di regioni come l’Egitto invece. Ciò ci dà già un primo e importante dato: la Siria moderna altro non è che l’insieme di culture e popolazioni molto diverse etnicamente tra loro, come ad esempio arabi e curdi, e spesso divise anche da un diverso credo. Su questo secondo punto si apre la seconda grande questione, quella della fede del popolo siriano. Come sappiamo infatti il medio oriente è spesso noto, anche nella comune vulgata quotidiana, per essere un mosaico religioso scosso da lotte spesso sanguinose tra le varie correnti dell’Islam, come ad esempio in Iraq e Siria, o tra cristiani e musulmani, come in Libano. Ciò ci dà il metro per giudicare anche la situazione siriana. Nel paese esistono numerosi gruppi religiosi: il più importante è quello sunnita, maggioritario nel paese e composto dal 71% della popolazione. Questo gruppo è diffuso quasi ovunque nel paese ma soprattutto nelle aree centrali, strette tra le coste e il deserto, in città come Dar’a, Aleppo, Idlib, Homs, Hama e Damasco, ma anche nell’entroterra, verso Palmira, Raqqa e Deir er Zor. Il secondo gruppo più numeroso è poi quello formato dagli altri gruppi islamici, circa il 16% della popolazione, soprattutto Drusi, nel sud del paese, e Alauiti, una corrente dello sciismo, nella parte occidentale del paese. Questi ultimi in particolare hanno una posizione privilegiata nel paese essendo il gruppo di rappresentanza del presidente Bashar Al Assad e della sua famiglia; detengono tutte le principali cariche politiche e amministrative e controllano le forze armate del paese. Terzo gruppo per importanza è poi quello dei cristiani, forti del 13% della popolazione siriana; anch’essi divisi in molte correnti, dai greco ortodossi fedeli al patriarcato di Antiochia, ai cattolici e all’antichissima chiesa ortodossa siriaca, vi sono poi piccole comunità di protestanti e di armeni. Praticamente inesistenti fedeli di altre religioni, con solo qualche piccolissima comunità ebraica. Questo quadro farebbe pensare immediatamente alla presenza di una situazione generalmente uniforme, con le minoranze religiose che, assieme, non arrivano a comporre nemmeno la metà del totale degli islamici sunniti. Tale idea però si scontra con un’inevitabile realtà, già precedentemente accennata: se infatti la maggioranza della popolazione è sunnita, il potere politico, e economico, è invece concentrato prevalentemente nelle mani della minoranza alauita, la quale ha fatto da collante nel corso dei decenni, e soprattutto degli ultimi anni, delle altre minoranze. La terza ed ultima questione rappresenta proprio la gestione del potere politico all’interno dello stato siriano. Sin dalla sua indipendenza infatti la Siria ha dovuto fare i conti con tutte le sue contraddizioni interne e, conseguentemente, con violente lotte per il potere, combattute soprattutto all’interno della ristretta cerchia dell’élite militare; una cosa per altro comune al mondo arabo. A tale situazione si aggiunge l’inserimento nel paese, a partire sin dai primi anni 50′ della cosiddetta ideologia baathista. Il Baath o Partito Baath è un movimento di ispirazione panarabista e socialista nazionale che, ispirandosi a diversi modelli europei della sinistra marxista e del nazionalismo, si pone l’obiettivo storico di fondare si un unico stato nazionale arabo ma con caratteristiche ben definite, tra le quali la laicità dello stato, un maggiore interventismo della forza pubblica nell’economia e nella società in generale, la nazionalizzazione delle risorse energetiche e la piena sovranità e autonomia dall’occidente. Tale ideologia, che in Siria assumerà il potere sin dal 1963, si poneva, almeno inizialmente, al di sopra dei due blocchi classici della guerra fredda, e ciò, in un contesto come quello mediorientale, poteva causare numerosi problemi, soprattutto a causa delle diverse idee dei vari leader del Baath nei vari paesi. Proprio per questo già a partire dal 1966 la fazione siriana del partito decise di staccarsi formando quello che, ancora oggi, forma il principale strumento di potere della classe dirigente siriana alauita, insieme all’esercito, ovvero il Partito Baath Siriano. La situazione si acui nel 1970 quando, in seguito al colpo di stato del generale Hafez Al Assad si impose definitivamente la dinastia degli Al Assad, di cui Bashar, l’attuale presidente, è il secondo esponente al potere. Con gli Al Assad si raggiunse definitivamente una pace stabile e duratura a livello interno, con un parziale sviluppo economico e l’avvio di un avanzato welfare state, ma si avviò anche l’epoca delle persecuzioni politiche e delle rivolte represse nel sangue, come quella dell’insurrezione dei Fratelli Musulmani a Hama. È in questo periodo che Damasco si avvicina a Mosca
Se questo è lo scenario alle soglie del 2011 e se abbiamo capito che cosa fu, in maniera generale, il fenomeno delle primavere arabe, possiamo ora facilmente dedurre quali furono, allo scoppio del conflitto, i principali nodi irrisolti. Il primo e forse principale fu l’elemento etnico religioso, che poneva una esigua minoranza al di sopra di una popolazione largamente colpita dalle conseguenze della crisi economica, fortemente critica della corruzione del regime e dei suoi metodi violenti. Tale insofferenza venne incanalata, come anche in altri contesti, da due forze: le fazioni politiche democratiche e laiche sunnite, i cosiddetti “ribelli moderati” facenti capo prevalentemente alla FSA siriane, ovvero a quei reparti delle forze armate che diedero vita all’Esercito Libero Siriano, il quale adottò come simbolo la vecchia bandiera siriana per Assad. E le forze confessionali e islamiste, più o meno radicali e divise tra quella che poi verrà chiamata Opposizione, ovvero FSA+Fronte Islamico, e le formazioni apertamente jhiadiste, che emergeranno soprattutto nelle fasi centrali del conflitto. Tra queste ricordiamo Al Nusra, in sostanza Al Qaeda in Siria, e, naturalmente, l’ISIS. Il secondo conflitto di tipo etnico a emergere fu quello riguardante la minoranza curda nel nord est del paese. I curdi, rappresentati oltre il 9% della popolazione siriana, nelle prime fasi della guerra organizzarono da subito la difesa delle proprie città e dei propri villaggi e si caratterizzeranno per la costituzione di una cosiddetta “terza via” tra i blocchi contrapposti del governo regolare e dei ribelli. Di fronte a un così complesso insieme di milizie e movimenti in campo, vista soprattutto la posizione strategica della Siria, in molti stati cercarono di sostenere la fazione che, secondo i loro calcoli, più gli avrebbe portato vantaggi. Se l’occidente, in particolare Stati Uniti, Francia e Regno Unito, si schierarono immediatamente con l’Opposizione, così come la stragrande maggioranza degli stati del golfo, fu invece l’Iran a sostenere, prima da solo, poi col supporto della Russia, il governo di Assad. Ma quando si collocano gli interventi e cosa accade esattamente? Possiamo iniziare a trattare le prime tre fasi del conflitto, la fase iniziale 2011-2013, la fase della lotta al califfato 2014-2018, e l’ultima fase 2018-2020, prima della pandemia
Durante la prima fase lo scontro è caratterizzato dalla problematica degli attacchi chimici e dai primi interventi esterni. La situazione tra il 2011 e il 2012 vede la netta contrapposizione tra il governo di Damasco e l’insieme delle forze ribelli, sia dell’Opposizione, più o meno organizzata, sia i singoli gruppi agenti sul territorio. In questa fase si assiste a una costante escalation da ambo le parti: ai primi tentativi del governo di cercare di contenere le proteste e le prime insurrezioni con un insieme di aperture e misure repressive e violente, si sostituisce l’uso indiscriminato della forza, con le accuse di attacchi chimici e di spari indiscriminati ai danni anche di manifestanti pacifici. A Damasco si imputa anche la decisione di aver liberato un gran numero di pericolosi criminali detenuti nelle carceri con l’intento di delegittimare le proteste tramite l’immissione di elementi estremi. D’altra parte i lealisti denunciano la crescita esponenziale del numero di milizie islamiste radicali presenti nei ranghi dell’Opposizione, esplicitamente accusata di essere, nei fatti, non solo rappresentante di una minoranza della popolazione ma addirittura di essere manovrata da paesi esterni. Se molte accuse da ambo le parti sono sicuramente infondate, o quanto meno molto deboli e fumose; si può comunque affermare che l’escalation fu probabilmente causata da ambo i lati. Provocata tanto da un governo spaventato e incapace di agire tempestivamente, finendo così in balia delle azioni di funzionari pubblici particolarmente brutali che alimentarono, con azioni ingiustificate e non necessarie, la rabbia popolare. Quanto da un’Opposizione disorganizzata e decisamente disomogenea che di lì a poco si sarebbe spezzata. Per quanto riguarda la situazione nel successivo 2013 non c’è molto altro da dire in realtà, con la riproposizione di situazioni già viste nei due anni precedenti e con l’insorgere in maniera sempre più violenta del terrorismo di matrice islamica, dall’anno successivo infatti l’Isis inizierà la sua rapida ascesa. Degni di particolare nota sono però due eventi, la partecipazione, sin dalle prime fasi della guerra, delle milizie del partito libanese Hezbollah, a sostegno di Damasco, e il successivo diretto intervento iraniano del 2013. E la consegna dell’arsenale chimico di Assad alle Nazioni Unite, avvenuto sempre nel 2013 in seguito alle pesanti critiche ricevute a causa dell’attacco chimico nel Ghuta
Nella seconda fase dello scontro gli attori sono principalmente tre: il governo siriano di Bashar Al Assad e i suoi alleati, il Rojava e le SDF, Syrian Democratic Forces, e infine l’ISIS. Tra il 2014 e il 2015 il rapido dissolversi del grosso delle forze dell’Opposizione fu connesso alla contemporanea espansione del Daesh, lo stato islamico, prima in Siria e poi in Iraq. Tre sono le cose da considerare durante questa lunga fase di guerra, che culminerà alla fine del 2017 con l’annientamento della quasi totalità delle forze dell’IS: l’intervento diretto di Russia e Stati Uniti, il ruolo giocato dai Curdi, e l’estensione del conflitto al di fuori del paese. Su quest’ultimo punto non serve che io ricordi la triste stagione degli attentati in Europa che furono sicuramente una parte della lotta dell’Isis contro l’occidente, ma si rischierebbe di commettere un errore enorme a non affermare che questi furono solo una goccia nel mare delle ferite inflitte dal califfato nero. Il principale teatro di scontro al di fuori della Siria fu infatti il vicino Iraq, che si impegnò, dal 2014 al 2017, a respingere le forze del Daesh in anni di durissime lotte e col rischio di vedere il fragile stato, già scosso da anni di difficile ripresa dopo la caduta di Saddam, venire distrutto. La guerra in Iraq e Siria poi fece per la prima volta anche le proprie vittime immateriali, con la distruzione di siti millenari come Palmira e Nivine in sfregio alle più basilari norme di civiltà. A ciò si aggiunse poi la persecuzione di numerose minoranze, tra cui quella degli Yazidi. Ciò provocò un aumento notevole del numero di profughi, oltre 6 milioni in Siria, fuggiti verso l’Europa, ma non solo, anche degli sfollati interni, generando una crisi umanitaria di vaste proporzioni. Per quanto riguarda la posizione dei curdi, questa è poi anch’essa strettamente legata alla lotta contro l’Isis e all’intervento americano. Col crollo dell’Opposizione “moderata” l’occidente vide in quel piccolo popolo, che aveva eroicamente difeso città come Kobane, un valido alleato che fu poderosamente sostenuto. Fu così che le SDF riuscirono a lanciare una lenta controffensiva ai danni del Daesh che avrebbe portato tutto il territorio a est dell’Eufrate sotto il loro controllo. Mitizzati in Europa sui curdi vanno aperte almeno tre parentesi: la prima riguardante il voltafaccia commesso dagli stessi europei immediatamente dopo la fine della guerra al califfato, con il Rojava abbandonato a se nella gestione dei migliaia di prigionieri stipati nei campi. La seconda riguardante l’ostilità della Turchia, paese NATO e anti Assad ma ostile per ragioni geopolitiche e di politica interna alla presenza di uno stato curdo, anche se non riconosciuto dall’ONU. Infine la presenza di punti oscuri nella stessa gestione dei territori amministrati dai curdi dopo la liberazione dell’Isis. Non mancano infatti accuse di violenza sulle popolazioni arabe o in generale non curde. Sull’aspetto dell’intervento russo si può dire infine che esso fu l’evento scatenante della ripresa dei lealisti che, a inizio 2014, ormai schiacciati in poche roccaforti, riuscirono lentamente a riprendere il controllo del territorio e a recuperare le zone controllate dal Daesh. All’intervento russo del 2015 però non va data solo una connotazione militare, il sostegno del governo di Mosca è infatti visibile anche negli accordi di Astana, firmati da Turchia, Iran e Russia nel 2016 e apripista del processo di riconciliazione tra le forze ribelli moderate e il governo di Damasco. Tale processo permise il rientro anche di molti ex militari che erano entrati nelle FSA e l’ulteriore rafforzamento del controllo e della legittimazione del governo stesso
Nell’ultima fase che tratteremo si può dire che ci siano stati aspetti ripresi tanto dai primi sviluppi del conflitto, come la questione delle attacchi chimici, tanto della guerra contro il Daesh, con l’affermazione definitiva del Rojava e del governo di Damasco, coi rispettivi alleati, come principali forze nel paese. Se fino alla fine del 2018 proseguono gli strascichi della guerra all’IS, nel biennio successivo la guerra va verso la stabilizzazione. Due sono le questioni principali, ancora aperte oggi, la battaglia per il controllo di Idlib, e lo scontro turco-curdo nel nord est. Con l’operazione “Sorgente di Pace” il governo di Ankara aggredì, tra l’ottobre e il novembre 2019, il governo autonomo del Rojava, lungo tutto il suo confine nord. Se l’onda delle proteste percorse tutto l’occidente senza però portare poi a un interbento, quello che invece sappiamo concretamente è che tale azione, oltre a minare ulteriormente la posizione della Turchia, produsse l’avvicinamento del governo curdo con quello siriano. Rojava e forze di Damasco avevano già del resto collaborato contro l’Isis e alla tregua è seguito, con l’azione turca, un vero e proprio accordo per la difesa dei confini. Sul secondo fronte l’offensiva del governo venne portata avanti fino ai primi del 2020. Essendo particolarmente vicini ai fatti non è prudente analizzare troppo, ciò che è importante comprendere è che l’area di Idlib è un altro dei punti caldi difesi dalla Turchia, nonostante la presenza nell’area di HTS, evoluzione di Al Nusra
Con l’arrivo della pandemia la situazione è ormai quasi cristallizzata, almeno a livello macro, e il paese ancora soffre una divisione in tre parti, ciò che possiamo dire ad oggi è che purtroppo ancora una volta a soffrire è solo il popolo siriano.

In foto l’attuale divisione politica del territorio siriano. (Fonte :Wikipedia)

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