Accordi Artemis: inizia la rivoluzione?

Per molti il programma Artemis è un sogno che si avvera: è coraggioso, è concreto, è avveniristico, è rivivere le emozioni del Programma Apollo in 4K, mentre il mondo sembra farsi sempre più grigio. Alla fine di quest’anno, l’Orion di Artemis I volerà più lontano di qualsiasi oggetto spaziale mai costruito per l’uomo, circumnavigherà la Luna e tornerà sulla Terra; nel 2023 lo rifarà Artemis II, stavolta con equipaggio umano, e nel 2024 Artemis III ne porterà un altro sul suolo, 52 anni dopo Apollo 17.

Le aspettative sono alte, così tanto che la NASA ha pensato bene di cercare più aiuto possibile: svariati contractors civili hanno aiutato, stanno aiutando o aiuteranno l’agenzia in questi anni, né mancano le collaborazioni con agenzie spaziali straniere. Anzi, è proprio dal desiderio di ricorrere alla cooperazione internazionale che sono nati gli Accordi Artemis di questo ottobre, il cui contenuto avrà con ogni probabilità un profondo impatto sul modo in cui pensiamo al diritto spaziale.

Essenzialmente, gli Accordi Artemis sono accordi bilaterali fra Stati Uniti e altre 7 nazioni (Australia, Canada, Emirati Arabi Uniti, Giappone, Lussemburgo, Italia, Regno Unito), firmati il 13 ottobre 2020; a novembre si è aggiunta l’Ucraina, e a dicembre il Brasile ha firmato una dichiarazione d’intenti con la NASA per farlo. Il contenuto degli accordi è tutto sommato molto tranquillo: gli Stati firmatari si impegnano a “stabilire una visione comune, attraverso un insieme pratico di principi, linee guida e buone pratiche, per migliorare la governance dell’esplorazione civile e dell’utilizzo dello spazio esterno, con l’intenzione di portare avanti il Programma Artemis”, e riaffermano molto chiaramente l’adesione dei contraenti ai principi fondamentali del diritto spaziale; fine pacifico delle attività spaziali, obbligo di soccorrere astronauti in difficoltà, registrazione degli oggetti lanciati, attinenza alle direttive ONU, libera e trasparente condivisione dei dati scientifici etc., tutte pratiche che sono di fatto entrate nel diritto spaziale consuetudinario.

Ma al secondo punto della sezione 10, quella riservata all’utilizzo delle risorse spaziali, si trova una breve frase che ad ottobre si sentì in tutto il mondo: “i firmatari affermano che l’estrazione di risorse spaziali non costituisca intrinsecamente appropriazione nazionale, ai sensi dell’articolo II del Trattato sullo Spazio Esterno”. Certo non sarà una frase memorabile, ma se non è un terremoto nel campo del diritto spaziale internazionale, è certamente una bella voragine che si apre. Perché?

Bisogna intanto ricordarsi che il cuore del diritto spaziale è nato in larga misura cinquant’anni fa, e che non abbia subito modifiche rilevanti da allora. Perciò, se da un lato riesce a essere molto chiaro su certe questioni (come l’impossibilità di estendere la propria sovranità nazionale su un corpo celeste), dall’altro ne restano altre su cui manca un’interpretazione universalmente condivisa. Fra queste, quella dell’utilizzo delle risorse spaziali.

Resta infatti poco chiaro lo status di una risorsa raccolta fuori dalla Terra, una volta raccolta da un soggetto privato: è di sua proprietà? Può venderla?

I rappresentanti dei primi otto Paesi firmatari, al momento della firma. I due rappresentanti del Giappone sono i due ministri Shinji Inoue (sx), Ministro di Stato per la politica spaziale, e Koichi Hagiuda (dx), Ministro dell’Educazione, della Cultura, degli Sport, della Scienza e della Tecnologia.

In base all’Articolo VI del Trattato sullo Spazio Esterno, gli Stati firmatari (tutti di fatto, essendo i termini del trattato diventati diritto consuetudinario) sono ritenuti responsabili delle attività che enti non-governativi conducono nello spazio e su corpi celesti, e perciò anche di eventuali estrazioni minerarie condotte da società private. Tuttavia, non è chiaro se “l’autorizzazione e la continua supervisione dello Stato aderente al trattato” debba essere condotta sulla base di specifiche norme internazionali, in virtù dello status dei corpi celesti di “provincia di tutta l’umanità” attribuito loro dal trattato (Art. I), o sulla semplice legge nazionale (vincolata comunque al rispetto degli obblighi internazionali, fra cui quelli derivanti dall’adesione al trattato stesso).

Insomma, la questione è se l’autorizzazione, il controllo e la supervisione delle attività spaziali debba essere condotta sulla base di accordi internazionali oppure della rispettiva legge nazionale. È un dibattito che divide gli esperti del settore come anche i legislatori statali, e ad oggi ancora non si riesce a pervenire ad una sintesi a livello sovranazionale.

La prima interpretazione ‘forte’ (controllo su legge internazionale) è la premessa del cosiddetto “Trattato sulla Luna”, firmato nel 1979. Esso, all’articolo 11 comma 5, afferma che lo sfruttamento delle risorse lunari debba essere condotto sulla base di un “regime internazionale” che i partecipanti al Trattato si impegnano a stabilire, che ne definisca anche le procedure appropriate. Al momento, questo regime non è stato instaurato né all’interno né all’esterno del Trattato, che a sua volta rimane estremamente marginale all’interno del corpus iuris spatialis, essendo stato firmato e ratificato solo da nazioni con un ruolo altrettanto marginale nell’esplorazione spaziale.

Gli Accordi Artemis vanno invece in tutt’altra direzione. Frans von der Dunk, professore di diritto spaziale all’Università del Nebraska e fra principali esperti nel settore, spiega in un articolo del giugno 2020 le ragioni della seconda interpretazione ‘debole’ (controllo su legge nazionale) su cui essi si basano: “dato che gli Stati hanno anche piena responsabilità internazionale (ai sensi dell’Articolo VI [del Trattato sullo Spazio Esterno, n.d.r.]) e legale (Articolo VII) sulle attività spaziali private, di riflesso la libertà per gli Stati di agire include la libertà di permettere al proprio settore privato di agire, finché conforme alle regole applicabili del diritto (spaziale) internazionale”. Insomma: piena responsabilità, piena libertà.

Gli Stati Uniti, Paese leader nel settore aerospaziale, sono da sempre pieni sostenitori dell’interpretazione ‘debole’: il Commercial Space Launch Competitiveness Act del 2015, alla Sezione IV, afferma che ogni cittadino americano che abbia raccolto risorse su asteroidi o nello spazio abbia pieno diritto su di esse, incluso quello di “possedere, trasportare, usare e vendere” dette risorse. La legge, promossa da imprese interessate allo space-mining, fu la prima nel suo genere, e la seguirono una legge lussemburghese analoga del 2017 e una degli Emirati Arabi Uniti nel 2020. L’Ordine Esecutivo n.13914 del 6 aprile scorso fu ancora più radicale: nel documento, il Presidente Trump disse che gli Stati Uniti “non vedono lo spazio esterno come un global commons, e che si opporranno ad ogni tentativo di considerare il Trattato sulla Luna come diritto consuetudinario. Lo stesso anno, in linea con l’agenda di Trump, la NASA affermava nel suo Piano per l’esplorazione sostenuta e lo sviluppo della Luna che gli Stati Uniti “stabiliranno un processo prevedibile e sicuro per l’estrazione e l’uso delle risorse spaziali”. La linea americana, ormai opera comune di tre amministrazioni diverse, non accetta quindi compromessi su questo punto.

Men che meno li ha accettati per stabilire termini di collaborazione con i partner internazionali: gli Accordi Artemis, come ha concluso sempre il prof. von der Dunk, sono un ottimo modo per gli USA di spingere potenze spaziali medie o medio-piccole come Australia, Canada, Giappone, Italia e Regno Unito verso la propria interpretazione dei trattati spaziali, e per creare rapporti più stretti con i Paesi che l’hanno già fatto (Lussemburgo, Emirati Arabi Uniti). Questo, così come l’atipicità dei patti bilaterali nel diritto spaziale, ha fatto sì che i russi definissero gli accordi troppo “statunicentrici”, e contribuito a far arrivare all’attuale asse Mosca-Pechino per la Luna. La grande assenza dell’ESA negli accordi, così come quella di Francia, Germania e India, fa presagire che questa idea sia molto diffusa e che gli accordi incontreranno resistenze anche in sede ONU, ma gli americani sono fiduciosi di poter convincere più nazioni rilevanti a partecipare, offrendo loro l’occasione di arrivare ai primi posti nella corsa alle rocce lunari.

A fare due conti, gli Accordi Artemis hanno: legato undici potenze spaziali verso un’interpretazione del TSE minoritaria (quella ‘debole’ delle leggi nazionali) rispetto a una più diffusa (quella ‘forte’ della legge internazionale), creato un importante precedente nell’ambito della space governance con un sistema di patti bilaterali, alimentato l’inizio di quella che pare una nuova corsa allo spazio, e avviato la maggiore collaborazione internazionale dai tempi della ISS per riportare l’uomo sulla Luna. Non sembra infondato, a questo punto, dire che siano stati realmente rivoluzionari, per il diritto spaziale.

ALLERTA OPINIONE

Piuttosto, gli Accordi Artemis vanno nella direzione giusta?

In un precedente articolo ho già accennato al fatto che, a mio parere, la via per le stelle sia la via dell’impresa privata. È fuor di dubbio che gli investimenti pubblici di queste decadi ci abbiano portato sin qui, e che continueranno ad accompagnarci per molto, molto tempo ancora; ma l’evoluzione integrale della società non può essere gestita da programmi scientifici governativi.

Secondo un’analisi condotta da Space Capital, gli equity investment nel settore spaziale del periodo 2011-2020 ammontavano a 177,7 miliardi di dollari a livello mondiale. In dieci anni, una somma superiore al PIL dell’Ungheria è stata investita per acquistare azioni di 1.343 imprese, in un settore che, sotto ogni punto di vista, rappresenta la frontiera dell’innovazione tecnologica. Un’innovazione che vuol dire profitto, concorrenza, maggior benessere e opportunità lavorative, e che non deve aspettare fondi pubblici per avvenire. Sono gli interessi e le azioni degli individui a muovere il progresso della società, e ora, questi si stanno affacciando alle infinite possibilità di un universo infinito. Se oggi questo vuol dire spedire satelliti commerciali in bassa orbita, domani potrà voler dire estrarre terre rare dal suolo lunare.

Insomma, ciò che ci farà restare nello spazio sarà anche la profittabilità delle sue risorse. Ma quale sarebbe la cornice legale internazionale migliore, per inquadrarne lo sfruttamento? La via dell’interpretazione ‘debole’ del TSE promossa dagli Accordi Artemis, o quella ‘forte’ promossa dal Trattato sulla Luna?

Personalmente, ritengo che la via migliore sia quella che imponga meno vincoli possibili all’azione dei privati, fermo restando il rispetto dei trattati spaziali, e questo mi fa propendere per l’interpretazione ‘debole’ del TSE. Un regime giuridico internazionale per lo sfruttamento delle risorse, se implicante la supervisione di una “commissione di controllo” nominata dagli Stati partecipanti, potrebbe trasformare ogni nuova attività mineraria in un braccio di ferro diplomatico, e rallentare lo sviluppo della presenza umana fuori dalla Terra.

Al contrario, un insieme di legislazioni nazionali basate su una medesima interpretazione dei trattati esistenti potrebbe essere più dinamica, incoraggiando i singoli Stati a rendere più competitivo il loro quadro giuridico per prevalere sui rivali, attirando nuovi capitali e accelerando così gli sforzi di colonizzazione in generale.

Ovviamente, questo non vuol dire che un sistema del genere da solo non possa dare vita a dinamiche malate, e che nuove leggi internazionali universalmente riconosciute non possano avere effetti positivi; ma generalmente, sono più propenso a credere che la centralità della legge nazionale darebbe vita ad un sistema più flessibile e concorrenziale, più appropriato ad un rapido sviluppo dell’esplorazione spaziale. L’importante, in ogni caso, rimarrà riuscire a compiere il salto verso questa nuova frontiera della storia umana, e riuscire di nuovo a dare ai nostri figli un universo più grande e misterioso da esplorare.

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Una risposta

  1. 10 Agosto 2021

    […] agli investitori privati, con in più l’inedita necessità di chiarire, una volta per tutte, i limiti imposti dal diritto aerospaziale alla proprietà privata e alle attività commerciali sulla […]

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