Passione e ragione: una dominazione consequenziale

Passione o ragione? Chi ha la meglio nella natura umana e nelle relazioni? A questa domanda hanno cercato di dare una risposta Luigi Punzo, Sabrina Nocerino, Eva Barca, Alessandra Ciaravolo e Aldo Sangiovanni, studenti del Liceo Scientifico Statale Salvatore Di Giacomo in provincia di Napoli, partecipando al concorso nazionale di filosofia “Romanae Disputationes” che quest’anno ha concentrato la sua attenzione sul tema “Affetti e legami” tanto più attuale in questo periodo di pandemia che ci ha privato di molte delle nostre relazioni affettive nella maniera in cui le abbiamo sempre vissute e conosciute. Di seguito trovate l’elaborato, redatto sotto la supervisione e con l’aiuto della docente di filosofia Virginia Varriale, autrice, tra le altre cose, del saggio “Il giovane Nietzsche” pubblicato di recente.

Premessa

Ragione o passione? Quali sono i fili che legano e regolano i rapporti tra questi due concetti che da secoli si sono avvicendati e hanno ispirato poeti, scrittori e soprattutto filosofi?

Esiste la possibilità di una ragione priva di sentimento e viceversa, oppure una delle due prevale realmente sull’altra? La passione – dagli antichi ai moderni- è sempre stata associata alla hybris, all’eccesso, all’infrazione, alla debolezza che dilaga nell’uomo, all’esterno del nostro interno, alla carne nel dualismo imprescindibile dell’identità personale, contrapponendosi alla “ragione”, alla libertà, al pensiero logico: essa è passività e sofferenza. Nel Rinascimento e soprattutto nel Romanticismo fu invece considerata come Natura vivente e fondante, come ispirazione e senso, superamento di qualsiasi sfida di vita e desiderio. Arginare la passione, ridimensionarla, disciplinarla è e sarà sempre un’impresa ardua per la ragione, che è propria solo dell’essere umano, associata all’intelletto, alla capacità di pensare, alla ratio dei meccanismi regolatori del mondo: è l’unica virtù che permette una chiara rappresentazione delle cose, ricostruirne un’immagine mentale e soprattutto individuarne la forza e il potenziale. Tutto ciò solo se non resta offuscata dalla prorompenza del pathos. Eppure solo la sapienza tragica ci permette di cogliere l’essenza della vita, solo non separando la fredda ragione dalla cocente sofferenza delle passioni è possibile avvicinarsi al vero, che si svela da sé e non sempre riusciamo a scorgerlo, perché sospesi fra il tutto e il nulla, e  desiderosi costruiamo legami, comunità perché nell’altro cerchiamo di realizzare noi stessi. Pathos e Logos, questo siamo noi: un intelletto che desidera e un desiderio che ragiona. Questa sintesi tra ragione e volontà è il principio antropologico, fa l’essere umano, e la questione non è cogliere la differenza fra l’una e l’altra, ma la comunanza originaria.

Amore e innamoramento: tra il momentaneo e l’eterno

Per parlare di amore è necessario parlare di esistenza umana. Può sembrare un’osservazione banale, ma ci porta alla deduzione che è alla base di tutto il ragionamento.Ciò che potrebbe essere definito amore presso la specie animale non è altro che puro istinto, quest’ultimo è presente anche nell’essere umano, soprattutto all’inizio del percorso di vita, ma col tempo viene affiancato dalla caratteristica che rende l’uomo tale: la ragione. La coscienza di se stesso che ne deriva genera in lui la consapevolezza della durata della vita, della morte, dell’impotenza nei confronti della natura e in particolare del senso di solitudine, seguito dunque dalla necessità di unirsi all’altro, al mondo esterno, in comunità. L’uomo tenta in diversi modi di vincere l’isolamento, ma ad un certo punto si rende conto che quelle unità che crede di aver formato, ad esempio attraverso un duro lavoro produttivo, piuttosto che un avvicinamento al divino o un’omologazione al gregge, sono fittizie e inconsistenti. L’unica soluzione intera consiste nell’unione interpersonale, nella fusione con un’altra persona, in sostanza nell’amore.

Concentrandosi sull’aspetto erotico dell’amore si giunge alla considerazione di due fasi. Una prima, detta ‘innamoramento’, consiste nella rapida e in controllata caduta di tutte le barriere divisorie con l’altro o l’altra, in seguito ad un’attrazione inconscia, e dunque in una rapida scalata di avvicinamento fino a quando entrambi non hanno la sensazione di aver conosciuto l’uno dell’altro tutto ciò che fosse per loro accessibile. Naturalmente a mano a mano che si avanza, le occasioni sfruttabili per avvicinarsi ancora di più diminuiscono e vien da pensare che, avendo l’uomo eternamente bisogno di intimità nel timore dell’isolamento, parte alla ricerca di una persona nuova. A questo punto per riuscire a continuare la relazione intrapresa è necessario un atto di volontà e che dunque vi sia una forte determinazione. Se l’amore fosse semplicemente una sensazione, non vi sarebbero i presupposti per un amore duraturo. E di conseguenza, come si può sperare che duri sempre, e non sia transitorio come una sensazione, se non si è coscienti e responsabili delle proprie scelte?

Exempla storici sul rapporto di consequenzialità tra passione e ragione

Passione e ragione, concetti assoluti, elementi antitetici, per natura agli antipodi, che convergono nell’intricato animo umano come facce della stessa medaglia, il connubio inscindibile che traghetta il nostro spirito navigante nel mare in tempesta della vita. Artefice di innumerevoli prodezze e indicibili villanie, l’uomo di ogni tempo si è reso protagonista di avvenimenti che hanno “scritto” la storia. Foriere di distruzione, esiti nefasti, prigionia, malvagità, ceneriere del tempo passato sono state le avventate azioni mosse da incontrollabili pulsioni ma, quando l’impetuoso istinto si è lasciato governare dal senno e la ragione non si è opposta agli irrefrenabili impulsi, l’uomo è riuscito in mirabili imprese.

Attuazione eloquente di proficua simbiosi tra passione e ragione è la Dichiarazione d’indipendenza del 1776 redatta dal giovane avvocato della Virginia Thomas Jefferson. L’ “illuminato” elaborato sancisce il diritto dei governati alla ribellione contro il manifesto dispotismo dei governanti; a tale prerogativa, ispirata al pensiero politico del filosofo inglese John Locke, si antepone però il dovere alla prudenza, il ricorso, in primis, a quella ratio ponderatrice che squarcia il velo del fervore.

Sapere aude”, declama Kant. L’uomo eleva anima e mente all’auspicata ragionevolezza solo affrancandosi da quella condizione di “minorità” cognitiva che ottenebra il senno e preclude all’individuo la facoltà di discernere la veemenza transeunte dalla fredda pacatezza. Dunque, conditio sine qua non, per liberarsi dal vello di “asino negativo” e assurgere alla consapevolezza della propria e piena capacità di giudizio è il raggiungimento di un’autonomia critica che consente una disamina dei fatti non arbitraria e scevra da qualsivoglia imposizione e condizionamento.

Elevata cognizione e consapevolezza non sono però foriere obbligate della decantata “ratio ponderatrice”: sfrenatamente conscio di sapienza, ma pervaso dall’istinto e mosso da impeto e ardore, Cicerone decreta la condanna a morte di Catilina oltrepassando la provocatio ad populum, baluardo di quella stessa Res Publica di cui si fa portavoce.

Passione e ragione nella società: il pensiero di Hobbes

Il nodo inscindibile fra ragione e istinto è presente anche nel pensiero del filosofo Thomas Hobbes, che evidenziò come fosse la passione a guidare la natura umana in un primo momento, salvo poi subentrare la ragione da lui definita “naturale”, che spinge gli individui ad aggregarsi in comunità organizzate con un patto di unione, non motivato da filantropia e amore per il prossimo, quanto invece dalla necessità di dominare gli istinti, che ci porterebbero altrimenti alla distruzione, unica possibile soluzione della guerra di tutti contro tutti in una condizione di stato di natura, in cui non esista alcuna entità statale. Costui, anzi, evidenzia come sia connaturata nelll’uomo la necessità stessa di far emergere lo spirito razionale dopo un primo momento, storicamente collocabile e superato, in cui le passioni hanno avuto la meglio, dominando e vincendo nell’individuo, salvo poi essere conquistate e sottomesse in nome dell’autoconservazione stessa degli esseri umani, che non hanno altra scelta che siglare l’amaro patto che porta all’abbandono della liceità, della libertà assoluta, dal latino ab solutus, dunque slegata da qualsivoglia vincolo, per tutelare i diritti inalienabili, naturali appunto, di vita e ricerca della felicità, tra gli altri. E’ evidente perciò l’influenza del pensiero giusnaturalista nella concezione di Hobbes, per quanto in maniera parziale e strumentale, come sostenuto da Norberto Bobbio, che ha spiegato come  tali influenze siano servite più che altro a legittimare una visione del diritto puramente positiva: la legge naturale, dettata dal calcolo della ragione, prevederebbe di adottare il giuspositivismo al fine dell’ottenimento del bene supremo, cioè la pace. Ciò non toglie che il britannico sostenga che senza l’intervento della ragione, che giunge soltanto in seconda istanza come risposta – insita nella natura umana- ma che deve essere fatta emergere per necessità, si continuerebbe a vivere in uno stato di abbandono totale alle passioni, il cui dominio non mette al riparo dalla paura di una morte violenta, uno dei postulati della sua teoria politica, come ben si legge nel Leviatano: una condizione per cui i rapporti tra gli uomini non sono motivati che dal principio “homo homini lupus”.“Ogni uomo ha diritto ad ogni cosa, anche al corpo di un altro uomo. Perciò, finché dura questo diritto naturale di ogni uomo ad ogni cosa, non ci può essere sicurezza per alcuno” sosteneva Hobbes, rivendicando il ruolo della ragione nel dominare le pulsioni che altrimenti condurrebbero ognuno di noi a godere del bene comune singolarmente, anche a costo di commettere soprusi e ingiustizie, giudicate tali da una società civile, regolata da norme volte a tutelare quei diritti naturali e quelle libertà che Hobbes riconosce come libertà del suddito, per le quali arriva ad ammettere i limiti della sua concezione assolutista, ritenendo sia legittimo ribellarsi all’autorità regia qualora questa costituisca un pericolo per la mia vita, per quella dei miei familiari oppure per il mio onore. La concezione pessimista ed empirista, espressa dal filosofo, riconosce dunque il rapporto di consequenzialità tra la passione, che è la prima ad indirizzare i comportamenti umani, e la ragione che è alla base dei rapporti interpersonali e, nel caso specifico del pensiero politico, sottolinea come tale “legge” di dominio successivo della razionalità sia legata alla formazione di comunità strutturate, rispondenti proprio all’esigenza di frenare l’incontinenza delle passioni umane, orientate naturalmente al bene proprio e non a quello di tutti, di cui si fa garante lo Stato conseguentemente alla sottoscrizione dell’accordo che sancisce la fine dell’eterno disastroso stato di guerra tra gli uomini, a patto che gli venga ceduta la libertà assoluta. La libertà, infatti, non va mai separata dal complesso di norme giuridiche della società per mezzo delle quali, come sosteneva Kant e riconosciuto prima di lui da Hobbes, “l’arbitrio dell’uno può accordarsi con l’arbitrio di un altro secondo una legge universale della libertà”.

Cartesio: controllare gli eccessi della passione con la ragione

Cartesio giudica la passione come tutto ciò che la mente (la res cogitans) subisce dal corpo (la res extensa), ed è tutto ciò che scaturisce non da un atto di volontà, ma dalle sensazioni corporee che arrivano alla mente tramite la ghiandola pineale (epifisi). Essa è una ghiandola posta al centro del cervello e può essere messa in moto da uno stimolo fisico (attivando alcuni fluidi di materia sottile detti spiriti animali), ad esempio lo stimolo del calore, che partendo da un organo di senso arriva alla ghiandola, ed essa a sua volta fa arrivare all’organo la risposta della mente. In ogni modo, questa ghiandola può anche essere attivata dalla volontà, quindi parte della ragione e di conseguenza può trasmettere gli impulsi. C’è da dire, però, che la ragione (o la mente), attraverso la volontà dell’individuo, contrasta il dominio delle passioni e soprattutto l’effetto distruttivo di passioni fra di loro contraddittorie. Di per sé, le passioni sono considerate da Cartesio buone, ma i sensi e l’immaginazione tendono a ingannarci e far apparire l’oggetto della passione più potente di quanto non lo sia nella realtà. Quindi, secondo il pensiero di Cartesio, il rimedio generale “contro” le passioni e contro i loro eccessi sta nell’evitare di farne cattivo uso, prevedendole e controllandole attraverso l’esercizio della ragione. Infatti, seguire rigorosamente la virtù diviene un rimedio sovrano contro le passioni, poiché chi vive in modo che la sua coscienza non possa rimproverargli nulla, avendo agito nel migliore dei modi (cioè ha seguito la virtù), non può che provare una certa soddisfazione che lo porta alla felicità, intendendo questa come tranquillità dell’animo. E’ evidente che ciò sia la sfida per ogni individuo, trovare un equilibrio fra la parte razionale e quella emotiva: nelle relazioni umane si vivono i limiti di questi due ambiti, anzi abbiamo la sensazione di confondere le trame della logica con la forza caotica delle emozioni, subendo a volte passivamente certi legami, incapaci di vedere come dall’esterno e reagire come dovremmo. Cartesio ritiene che la nostra anima sia strettamente congiunta a tutto il corpo, tale che non si possa dire che si trovi in un posto piuttosto che in un altro, che non si possa concepire la metà o il terzo di essa, che non diminuisca se si taglia qualche parte del corpo, ma l’anima si separa completamente solo quando viene meno il complesso dei suoi organi. Questo forse potrebbe spiegare lo sconvolgimento psico-fisico che proviamo, quando dentro di noi nascono sentimenti impetuosi improvvisi dettati da cause esterne, e solo una riflessione anticipata potrebbe arginarne gli effetti: eppure nessun saggezza umana potrebbe farlo senza una preparazione adeguata. A tal proposito, Cartesio afferma che chi è abituato a riflettere sulle proprie azioni può sempre fare qualcosa: “quando si sente preso da paura, cerchi di distogliere il pensiero dalla considerazione del pericolo, rappresentandosi le ragioni per

cui resistere è molto più sicuro e più onorevole che fuggire; al contrario, quando sente che il desiderio di vendetta e la collera lo incitano a correre sconsideratamente verso quelli che lo attaccano, si ricordi di pensare che è imprudenza perdersi quando ci si può mettere in salvo senza disonore, e che se la partita è molto impari, una onesta ritirata o un indugio valgono meglio dell’esporsi a morte sicura”. Teoricamente dovrebbe essere così, ma nella realtà concreta noi tutti sperimentiamo le nostre contraddizioni, costruiamo e distruggiamo, senza porre la ragione da un lato e l’emozione dall’altro, ma attorcigliamo i fili dell’una e dell’altra, perché noi siamo in fondo incomprensibili a noi stessi.

La passione non ha freni? Riflessioni sul pensiero di Seneca

Non sono mancate, però, nel corso del tempo le tesi opposte a quanto affermato in precedenza. Il più grande esempio è probabilmente rappresentato da Lucio Anneo Seneca, autore latino del IV secolo a.C., il quale nel De Ira, opera dedicata allo studio delle passioni e alla loro influenza deleteria sull’animo umano, affermava che la passione non è governabile ed una volta immessa all’interno della nostra personalità, essa ci domina e ci trascina fino in fondo all’abisso, come un cavallo imbizzarrito trascina con sé il suo cavaliere, per quanti sforzi egli faccia per trattenerlo. Per Seneca una volta che l’uomo è sottomesso alla passione, nulla può quindi intervenire, neanche la ragione che al contrario viene vista come la causa di tale sottomissione. Infatti, per lo stoicismo, movimento filosofico del quale Seneca era un sostenitore, la sottomissione dell’animo umano alle passioni è dovuta ad un giudizio superficiale della ragione stessa che non riesce a vedere la vera forza della passione e quindi ne permette il sopravvento. Seneca propone anche una specie di cura a questo “virus mortale” rappresentato dalla passione: egli propone di debellare tutti i piaceri che ammaliano gli uomini e li distolgono dal vivere la loro vita in modo razionale, in modo tale da estirpare completamente le passioni dall’animo umano e non permettendone la manifestazione. Per capire meglio questo concetto, si potrebbe prendere come esempio la vicenda di Annibale, che uscito vincitore da una lunga e faticosa cavalcata nelle Alpi, arrivato in Campania, si lascia sopraffare dall’ozio distogliendosi dal suo vero obiettivo, ed è proprio questa debolezza dell’animo umano, che si lascia conquistare tanto facilmente dalle passioni, che viene criticata da Seneca, secondo il quale l’ozio e quindi successivamente la passione portano alla distruzione dell’uomo. Tornando al caso di Annibale, quegli una volta vinto dall’ozio viene anche vinto dai suoi nemici. Questo esempio fa capire a fondo come le passioni vincono anche il più determinato degli uomini, colui che sopravvissuto a mille controversie si lascia vincere da una cosa che all’inizio può sembrare banale e debole, ma che poi in realtà si rivela il più forte di tutti i nemici. Sintetizzato così il pensiero di Seneca, può sembrare perfetto per un’esistenza priva di errori, ma se ci pensiamo bene – com’è possibile che nella nostra vita non è presente un minimo di razionalità una volta subentrata la passione? E che per vivere una vita razionale dobbiamo scegliere tra il pathos e la ratio? Beh, se la prima affermazione fosse vera, vivremmo allo stato brado senza alcun tipo di legge come dei veri e propri animali e non ci sarebbe alcuna differenza tra noi, esseri umani, e questi ultimi. Se invece fossimo costretti a scegliere, vivremmo in un mondo governato dall’apatia senza riuscire ad interagire con chi ci sta intorno. Esaminando bene queste due affermazioni riusciamo a capire che nessuna di queste rispecchia la società in cui viviamo, che invece è soggetta a regole ben precise ed è caratterizzata dall’empatia che è un derivato delle passioni, che influenzano l’animo umano. E’evidente la presenza di un secondo fattore che riesce a limitare le passioni, il quale è rappresentato dalla ragione, che ha proprio il compito di arginare la piena delle passioni di cui saremmo schiavi se abbandonati alla loro mercé.

Storia e filosofia attestano la natura del rapporto passione-ragione

In seguito ai numerosi exempla presentati, che affondano le loro radici e nella storia e nella filosofia, è possibile sostenere con convinzione l’esistenza di una sorta  di legge che regola i rapporti tra la parte puramente istintiva e passionale del nostro organismo e quella legata invece al raziocinio e al controllo delle pulsioni: essa, sarà possibile concordare, si caratterizza per una fase iniziale di dominazione degli impulsi, che prima si manifestano per poi cedere il posto al potere di sottomissione dell’accettabile e del ragionevole esercitato dalla nostra mente, che distingue in tal modo la nostra natura da quella puramente ferina. Ciò non vuol dire negare l’influenza delle passioni in quei momenti della nostra vita, dove è la ragione a porre i giusti limiti e freni secondo le convenzioni sociali, il costume, gli usi e ciò che viene percepito funzionale al mantenimento dell’ordine pubblico, di primaria importanza fin dalla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino del 1789. Essa sanciva proprio che l’unica eventuale limitazione dei diritti individuali sarebbe potuta avvenire nel caso in cui fossero sorti problemi per il mantenimento di una situazione di stabilità sociale e che comprendiamo particolarmente bene oggi, alla luce degli avvenimenti della pandemia di covid19 che, dopo lungo tempo, hanno nuovamente messo in discussione il mantenimento di alcune libertà, con il malumore di quanti non hanno ricordato che esse restano tali, finché non limitano quelle altrui. L’influenza delle passioni sopra citata è ciò che plasma l’individualità del singolo, la sua personalità, che non sarebbe tale se rispondesse a pure logiche razionali, eppure spetta a queste il compito di “ammaestrare l’indole”, per far sì che le attitudini e i desideri possano esprimersi nella forma migliore sia per la società che per gli individui, sia per l’uno che per il molteplice. Spetta infine ai cittadini del futuro non perdere di vista tale indicazione, non avere una visione miope della realtà, non pensare ad un mondo di automi né ad un “gregge da domare”, giacché queste sarebbero gravi aberrazioni che in un modo o nell’altro condurrebbero a regimi che non permetterebbero l’esercizio della natura umana nella forma di cui sopra, che è l’unica che rispetta i postulati della teoria politica di Hobbes, le riflessioni di Cartesio -e non solo lui- sulle relazioni umane e sui principi sanciti dal cammino per la libertà che ha intrapreso l’uomo nel corso della storia, che si spera sia, come affermava Cicerone nel De Oratore, maestra di vita.

Bibliografia e sitografia delle fonti:

Erich Fromm, L’arte di amare, Arnoldo Mondadori Editori S. p. a., Milano 1956.

Ludovico Geymonat, Storia del pensiero filosofico e scientifico, Volume II, Il Cinquecento-Seicento, Aldo Garzanti Editore, 1970.

Giordano Bruno, Cabala del cavallo Pegaseo, Sellerio Editore, Palermo 1992.

Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America, Philadelphia 1776.

Immanuel Kant, Risposta alla domanda: che cos’è l’Illuminismo?, Berlinische Monatsschrift, 1784 in Documenti storici, a cura di Rosario Romeo e di Giuseppe Talamo, vol. II, L’età moderna, Torino, Loescher, 1966, pp. 155-612

Thomas Hobbes, Leviatano, o la materia, la forma e il potere di uno stato ecclesiastico e civile, Bompiani Editore, 2001.

Norberto Bobbio, Thomas Hobbes, Giulio Einaudi Editore, 2015.

René Descartes, Le passioni dell’anima, Editori Laterza, 1993.

Lucio Anneo Seneca, De Ira, Pensa Multimedia, 2013.

Giuseppe Cacciatore, Il concetto di libertà non significa arbitrio, https://www.ilroma.net/opinione/il-concetto-di-libert%C3%A0-non-significa-arbitrio

I legami che generano comunità – Dall’Atene di Platone al Terzo Millennio, https://www.youtube.com/watch?v=jrqm6ItuhMk

F. Botturi – Lezione inaugurale RD2021 – Affetti e legami. Forme della comunità,https://www.youtube.com/watch?v=9gFesLs9vQ8

G. Giorgini- Affetti, legami e comunità nel pensiero moderno, https://www.youtube.com/watch?v=y8jETrydvEU

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