Il razzismo discendente di Robinson Crusoe

Nell’epoca della cancel culture, romanzi come quello di Daniel Defoe destano più scandalo di quanto dovrebbero e si cade spesso in una lettura fin troppo superficiale del loro messaggio. Partendo dal fatto che non ci si potrebbe aspettare una visione di uguaglianza razziale (che pare neanche si possa più dire e sia preferibile dire uguaglianza etnica come nel caso della modifica dell’articolo 3 della costituzione tedesca) da un autore che scrive nel 1719, all’epoca cioè della tratta degli schiavi, del colonialismo spietato dei britannici e dell’affermazione globale del primato del patriarca occidentale, sarebbe altresì davvero stupido leggere il contesto socio-culturale di 302 anni fa con gli occhi di oggi, ignorando che in mezzo ci sono state rivoluzioni economiche e conseguentemente culturali di portata storica, forse le più grandi dalla comparsa e affermazione del cristianesimo nel caro vecchio continente.

A ciò bisogna aggiungere una lettura critica e oggettiva della descrizione che dà l’autore di Venerdì, che viene presentato con caratteri di perfezione e bellezza non soltanto interiore ma anche esteriore. A coloro i quali obiettano che si tratta di una celebrazione in virtù della sua somiglianza ai caratteri europei sarà facile rispondere che per poter celebrare la bellezza di un nativo che definisce “perfectly well-made” ovvero perfettamente ben fatto, ha di certo dovuto far sì che i suoi caratteri non fossero quelli tipici del nativo africano. Si tratta, in altri termini, di una modifica necessitata e non contingentata in virtù del razzismo strutturale della società del tempo. E allora in questo senso andare contro l’opera di Defoe vuol dire andare contro un’opera che ha compiuto degli enormi passi in avanti nella visione degli uomini di colore, tanto più che per la prima volta non sono visti come una razza inferiore in ogni sua singola espressione individuale, ma si riconosce la possibile presenza di elementi positivi. E’ un po’ il ragionamento del femminismo liberale mutatis mutandis nel caso qui dell’egualitarismo razziale. Per chi non fosse pratico di concezioni di parità dei sessi, basti sapere che la principale critica del filone del femminismo radicale a quello liberale consiste nel fatto che questa visione punti a premiare “le donne che ce la fanno” quelle ricche, potenti, realizzate e dimentichi però tutte le altre, come se si volesse sottolineare, magari involontariamente, la straordinarietà dei successi di queste donne, che straordinari non sono se si pensa che entrambi i sessi biologici hanno uguali capacità e possibilità di riuscire a realizzarsi. Pur tuttavia nella sua limitazione questo modo di pensare ha contribuito a liberare (è uno dei primi movimenti di emancipazione) le donne dalla visione “napoleonica” (riferimento al codice del 1804) di esseri incapaci, realizzate solo nella cura della prole e della casa, che hanno necessità di un tutore. Analogamente allora si può riconoscere il primo carattere positivo delle parole di Defoe, che va a enfatizzare la pochezza e la vacuità di chi vorrebbe addirittura rimuovere lo scrittore dai libri di testo in virtù del suo discriminare inaccettabile (nel 2021, ma non di certo nel 1719).

Se c’è qualcosa che oggi si rende più che mai necessario è insegnare a giudicare le situazioni che aborriamo non soltanto con gli occhi di noi che leggiamo a posteriori la storia.

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