Rocket Lab, la “piccola” SpaceX venuta dall’altra parte del Pacifico

Il 22 marzo 2021 era una giornata cupa, nella Nuova Zelanda orientale: guardando dalla Baia di Hawke verso l’oceano non si vedeva altro che uno sfumato di nuvole grigie a coprire il cielo, e camminando verso nord era tutto una distesa verde lungo i pendii delle colline e delle scogliere, con giusto qualche paese silenzioso poggiato sulla costa. Quand’ecco che sulla penisola di Māhia, da una piattaforma a meno di 200 metri dall’oceano, si vede un piccolo razzo bianco e nero stagliarsi contro le nuvole, in attesa del momento fatidico: dieci, nove, otto, sette, sei, cinque, quattro, tre…il razzo non aspetta neanche il due, tredicimila litri di ossigeno liquido e cherosene vengono pompati all’istante nei motori e, in un boato di fuoco e fiamme, si solleva con una spinta da oltre duecentomila Newton verso il cielo, sparendo fra le nuvole dopo neanche un minuto a quattrocento chilometri l’ora. Non per niente, il nome della missione era ‘they go up so fast’.

Ma cos’è successo insomma? Essenzialmente, un razzo leggero Electron prodotto dalla Rocket Lab ha lanciato in orbita sette satelliti americani e neozelandesi, per conto di startup, università e comandi della difesa (per la diretta cliccare qui). Un lavoro tutto sommato ordinario, per una compagnia che si è fatta strada nel suo settore più veloce dei suoi razzi.

La Rocket Lab nacque nel 2006 ad Auckland, in Nuova Zelanda, su iniziativa dell’ingegnere Peter Beck. Il supporto di investitori come Stephen Tindall o Mark Rocket, co-direttore fino al 2011, le permisero di costruirsi una piccola nicchia nella storia spaziale nel 2009, quando da un’isola privata in Nuova Zelanda riuscì a far decollare l’Ātea-1, il suo primo razzo sperimentale. Alto sei metri, pesante sessanta chili e in grado di portarne in orbita due, l’ Ātea-1 era poco più di un razzo amatoriale da garage; ma vuoi o non vuoi, fu il primo “a raggiungere lo spazio dall’emisfero australe” finanziato esclusivamente da privati, ed un simile traguardo, raggiunto da una startup di un Paese marginale nella corsa allo spazio, non passò inosservato.

Peter Beck nel 2009, affianco all’Ātea-1.

E proprio per questo la piccola, promettente Rocket Lab venne attirata quasi immediatamente dalle molte opportunità che gli Stati Uniti potevano offrirgli nel settore: nel 2010, l’Operationally Responsive Space Office gli commissionò un lanciatore leggero per mandare in orbita i CubeSats, e nel 2013 Beck trasferì la compagnia dall’altro lato del Pacifico, nella californiana Huntington Beach. Tuttavia, i rapporti con la Nuova Zelanda non sono mai venuti meno: la Rocket Lab originale è ora una limited company neozelandese totalmente in mano alla nuova Rocket Lab di diritto americano, i finanziamenti e le commissioni da parte di enti controllati dal governo di Wellington (come la Callaghan Innovation) sono stati nell’ordine delle decine di milioni, e nel 2016 Beck inaugurò il Complex 1 proprio in Nuova Zelanda, da dove il 22 è avvenuto il lancio dell’incipit.

Ma, indubbiamente, il primo centro d’interesse per la Rocket Lab divennero gli Stati Uniti: nel 2015, la NASA accordò alla compagnia l’accesso a strutture e personale, contestualmente all’investimento fatto dalla Lockheed Martin; fra il 2017 e il 2018 gli investimenti in venture capital raggiunsero i 235 milioni, e sempre nel 2018 l’Electron, la nuova creatura della compagnia, fece il suo viaggio inaugurale trasportando tre CubeSats per la Planet Labs e la Spire Global.

Un Electron sulla rampa di lancio, presso il Launch Complex 1 in Nuova Zelanda.

L’Electron è il secondo razzo della Rocket Lab, e il primo impiegato regolarmente per voli di ridesharing. È alto quasi tre volte il suo predecessore, 208 volte più pesante e ha un carico utile 150 volte maggiore, ma soprattutto ha caratteristiche a dir poco rivoluzionarie: i suoi nove motori Rutherford sono stati progettati e realizzati da Rocket Lab stessa usando quasi solo stampanti 3D, e le pompe per il propellente utilizzano motori elettrici con batterie al litio da 1 megawatt, con costi minori e maggiore controllabilità rispetto ai razzi tradizionali. L’Electron, nonostante qualche inciampo, è oggi un vettore estremamente affidabile e apprezzato da clienti pubblici e privati, così come la compagnia che lo ha prodotto. Ma Peter Beck ha ambizioni ancora più elevate.

Nel 2019, l’anno in cui fece il suo primo esperimento per rendere gli Electron parzialmente riutilizzabili, Rocket Lab annunciò di voler usare la sua piattaforma satellitare Photon per spedire piccoli carichi in orbita lunare, entro l’ultimo quarto del 2020. Alla fine l’obiettivo è stato mancato, ma la compagnia è andata avanti e anzi, si è irrobustita acquisendo la Sinclair Interplanetary, una compagnia canadese che produce piccoli satelliti, per acquisire le conoscenze tecniche necessarie a produrre da sé i satelliti da montare sul Photon.

E infine, il 1° marzo 2021, è stato annunciato il salto definitivo: saltando i tecnicismi finanziari del caso, il succo è che Rocket Lab si aprirà a maggiori investimenti fondendosi con una SPAC (un tipo di società che essenzialmente acquisisce e investe massicciamente in una compagnia privata non quotata, facendola indirettamente accedere alla borsa e ai suoi investitori) che le garantirà un capitale di 750 milioni di dollari e facendola quotare ad oltre 4 miliardi. Questo investimento è il boost che permetterà alla Rocket Lab di iniziare a sviluppare il suo prossimo razzo, il Neutron: 40 metri d’altezza, carico utile fino a 8 tonnellate in orbita bassa e, nelle intenzioni di Beck, parzialmente riutilizzabile e in grado di portare umani come il Falcon 9 di SpaceX, forse il miglior razzo commerciale attualmente sul mercato.

Rappresentazione dell’impressionante differenza di altezza fra il Netutron e l’Electron.

Rocket Lab somiglia in molte cose alla sua cugina partorita da Musk: una piccola startup aerospaziale con una comunicazione sopra le righe (vedere qui i nomi delle missioni) e intenzionata a prodursi tutto da sola, che riesce a conquistare gli investitori e il pubblico con prodotti rivoluzionari e affidabili. Tuttavia, la società di Beck appare molto più pragmatica di SpaceX: mentre questa rimane una private company senza ripensamenti, la prima segue il percorso battuto da Blue Origin nel 2019 ed entra in borsa tramite una SPAC. Perché?

SpaceX è la creatura di Musk, e in quanto tale si conforma pienamente al suo obiettivo primario: raggiungere Marte. E se per farlo bisognerà continuare a far esplodere prototipi di Starship in diretta, non può rischiare di farsi condizionare dagli umori di investitori di borsa che la vorrebbero concentrata su obiettivi più “sicuri”, più a breve termine. Musk è stato molto chiaro con i suoi dipendenti su questo: non intende quotare in borsa SpaceX finché non avrà sviluppato le tecnologie per raggiungere e stabilirsi su Marte, perché la compagnia ha una missione che va oltre le paturnie maniaco-depressive del mercato finanziario.

Ma non tutte le aziende sono SpaceX, e non tutti i CEO sono Elon Musk. Beck ha dimostrato di saper fare il suo lavoro almeno quanto lui, ma non è Marte ciò a cui punta la Rocket Lab (o almeno non primariamente): ciò a cui punta, con la quotazione, è continuare la sua “rivoluzione in piccolo”, “sbloccare il pieno potenziale dello spazio tramite i nostri lanci e […] creare un business verticale multi-miliardario per applicazioni spaziali”. Suona un po’ da mercante col pallottoliere rispetto al sogno di un’umanità interplanetaria, ma il modo in cui si traduce è il medesimo: innovazione, lavoro, investimenti, servizi migliori e migliore capacità di capire la Terra e il Sistema Solare, solo in due prospettive diverse, offerte da due società che, alla fine dei conti, guardano in ogni caso verso le stelle.

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Una risposta

  1. 7 Aprile 2021

    […] semplicemente sorprendente la quantità di eventi che ci si è accumulata: il Neutron della Rocket Lab volerà per la prima volta, la ISS rinnoverà la sua operatività per altri quattro anni, la Russia […]

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