ENES KANTER: NON TUTTI SIAMO LIBERI

Spesso ci chiediamo, o ci viene chiesto, quale sia il concetto dietro la parola libertà. Alcuni rispondono che vuol dire poter fare ciò che si vuole nel rispetto delle regole, il dizionario invece suggerisce che è la facoltà di pensare, di operare, di scegliere a proprio talento, in modo autonomo. Tutte le risposte sono corrette perché, come appena detto, ognuno è libero di avere un proprio pensiero, un proprio ideale che ha tutto il diritto di essere condiviso e, successivamente, apprezzato o criticato da coloro che ne entrano in contatto. Tutto ciò in teoria è vero, in Italia e negli USA accade così e più in generale in Europa siamo tutti liberi di avere una nostra idea e, salvo rari casi, difficilmente ci viene impedito di portarla avanti.

La storia del cestista turco più famoso al mondo è invece qualcosa che va contro l’introduzione appena fatta. Un uomo che, baciato dal talento che gli ha permesso di arrivare fino in NBA, ha deciso di non stare zitto e di schierarsi pubblicamente contro quello che a suo modo di vedere è un regime dittatoriale che sta distruggendo la sua nazione. Nato a Zurigo da genitori turchi tornati poi in patria, Enes Kanter vanta un anno ai Fenerbache Ulker e un anno all’High School prima di essere eletto al draft del 2011 con la terza scelta assoluta, dagli Utah Jazz. Fino al 2016 aveva dimostrato, senza remore, di non appoggiare le scelte di Erdogan promuovendo il suo diretto avversario Gulen e ricevendo qualche critica dai suoi connazionali che invece si schieravano a favore del presidente, oltre a qualche screzio con la federazione di basket della Turchia dopo che lasciò gli Ulker. Tutto è però degenerato  dopo il tentato golpe militare del 2016 del movimento Gulenista, a seguito del quale Kanter ha iniziato una vera e propria battaglia pubblica contro il regime di Erdogan, ricevendo numerose minacce di morte sia nei suoi confronti che in quelli della famiglia, costretta addirittura a disconoscerlo per evitare brutte sorprese; solo e senza famiglia, Kanter è andato avanti combattendo una guerra dall’altra parte del mondo contro il suo paese, o per meglio dire, il suo ex Paese. Nel 2017 infatti, mentre era in viaggio per promuovere le iniziative della sua associazione a favore dei bambini poveri nel mondo, fu bloccato in Indonesia per la mancata validità dei documenti, invalidati dallo stato turco, e fu costretto a tornare a New York grazie all’aiuto di un suo compagno di squadra. Divenuto apolide, senza più una patria, Kanter ha continuato la battaglia divenuta più che mai personale, è stato accusato di terrorismo e dopo aver definito il presidente Erdogan “Hitler del nostro secolo”, mentre fu avviato un processo contro di lui per incarcerarlo per 4 anni, in Turchia suo padre fu imprigionato per 15 anni reo di aver collaborato con le forze guleniste. Da quel momento il centro turco è stato bersagliato da tutti i sostenitori del presidente, che addirittura è arrivato, nel 2019, ad inviare delle spie turche per rapire e riportare in patria il giocatore non appena fosse entrato in Europa per giocare con i suoi New York Knicks, per poi metterlo sotto processo e fargli concludere la sua campagna democratica. Dal 2016 più di 30000 turchi oppositori sono stati incarcerati con l’accusa di aver voltato le spalle al presidente, da semplici cittadini a esponenti internazionali della NASA, tutto per aver sostenuto movimenti anti-Erdogan. Molti si sono arresi, altri hanno deciso di non proseguire su una strada che li portasse alla rovina e altri ancora non hanno più proferito parola per le conseguenze a loro inflitte. Non Kanter, non il centro ormai divenuto solo che combatte per la sua ex-nazione, per la libertà, per dare al suo paese un futuro differente dal presente che sta vivendo, fatto di soprusi e abusi di potere. Ne ha vissute tante quel prospetto che già dai tempi del Fenerbache dimostrava il suo talento… Senza famiglia, senza patria e senza amici su cui poter contare, Enes è il simbolo di chi, al pari di Muhammad Alì, combatte e gioca per un bene superiore che va al di là delle cifre percepite di stipendio, dei contratti di sponsor(anche loro scoraggiati dall’investire su un giocatore con una storia del genere) e del basket stesso, perché di fronte a situazioni del genere tutto passa in secondo piano e ciò che conta è più la persona che lo sportivo in sé. 

Spesso si dice che non siamo liberi, che siamo chiusi all’interno di una bolla che ci intrappola senza via d’uscita. Quando balena in noi questo pensiero ricordiamoci che possiamo conoscere, possiamo dire sui social ciò che ci passa per la testa senza gravi ripercussioni, possiamo viaggiare in tutto il mondo senza alcun timore e possiamo professare i nostri pensieri e le nostre convinzioni senza remore… E poi ripensiamo ad Enes Kanter, probabilmente il miglior giocatore turco della storia, che per aver detto apertamente di essere contro Erdogan è stato minacciato, quasi rapito, reso apolide e divenuto l’erbaccia da estirpare da un presidente che in Turchia sta creando un regime del terrore, al pari di chi prima di lui l’ha fatto in Europa, ma di cui si parla troppo poco, e di cui Enes Kanter, un apolide giocatore di basket, si è fatto portavoce. Per far conoscere a tutti la verità, per dare un futuro migliore ai suoi figli, per essere libero, come spesso diciamo di non esserlo, senza renderci conto della fortuna che abbiamo.

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