La Luna è una Severa Maestra: 55 anni dopo

Un bel giorno, nella California di fine anni ’50, il signor Heinlein decise di comprare un cannone. Perché? Perché no, piuttosto. Era di ottone, lungo circa un metro e perfettamente funzionante, perciò il signor Heinlein, ex-tenente della U.S. Navy, decise che non l’avrebbe tenuto a prendere polvere: con buona pace della signora e dei vicini, iniziò la sua personale tradizione di spararci un colpo ogni 4 luglio, per entrare nello spirito da Guerra d’Indipendenza fra una grigliata e l’altra.

Tutto questo sarebbe stato solo un aneddoto sulle stranezze dello zio Robert, se Heinlein non fosse stato uno dei più grandi scrittori di fantascienza di sempre; e un giorno, mentre sparava col suo cannoncino, probabilmente ebbe un’idea del genere: “e se un giorno le colonie lunari si ribellassero alla Terra?”

Quella idea divenne una storia a puntate, pubblicate fra il dicembre ‘65 e l’aprile ’66. Heinlein propose come titolo per l’edizione integrale The Brass Cannon (appunto “il cannone d’ottone” da cui era partito tutto), ma l’editore suggerì un titolo più “in tema” con la storia e, nel luglio del 1966, uscì “The moon is a harsh mistress”, esportato in Italia come “La Luna è una severa maestra”.

Nel 2075 la Terra è un pianeta sovrappopolato, affamato, irreggimentato e incattivito, in cui gli Stati nazionali sono formalmente uniti nelle Nazioni Federate della Terra. Per contrastare la crescita della popolazione (arrivata ormai a undici miliardi) e al contempo allontanare soggetti “pericolosi” per una società ormai tutta orientata al rispetto dell’autorità e delle regole, la Luna è stata colonizzata da un secolo abbondante con masse di criminali di ogni tipo e di ogni provenienza, deportati in un deserto inospitale da dove non potessero mai fuggire a causa del decadimento fisico da bassa gravità.

Con gli anni, tuttavia, i “lunatici” sono riusciti a creare una società nuova, senza leggi e senza Stato, fondata sul libero scambio e la poligamia. L’unica istituzione autoritaria è il tirannico Ente Lunare con le sue tariffe: i lunatici sono infatti in grandissima parte agricoltori e allevatori (le colture idroponiche e il ghiaccio lunare fanno miracoli), e l’Ente si appropria a prezzi minorati dei loro prodotti per spedirli sulla Terra, affamandoli e impoverendoli sempre di più. La Luna infine insorgerà contro l’Ente e le Nazioni Federate che lo comandano, guidati da un quartetto pittoresco: un tecnico spassionato e con un braccio artificiale, un’agitatrice entusiasta, un vecchio professore di simpatie anarchiche e un supercomputer diventato autocosciente.

Il libro collezionò nomination a svariati premi letterari, e dopo averne vinto uno nel 1967 (l’Hugo Award) seguì il destino di tutte le opere di Heinlein: sparì dagli occhi e dalla memoria del grande pubblico, ma divenne un’istituzione fra cultori del genere e gruppi politici vicini al suo spirito. Se Fanteria dello spazio era diventato il libro preferito di ogni militarista, e Straniero in terra straniera di ogni hippie, La Luna è una severa maestra divenne una pietra miliare del pensiero libertariano, tanto da essere lodato dallo stesso Milton Friedman (sì, Heinlein aveva idee molto sui generis, e le cambiava spesso).

Tutta la filosofia del libro si fonda su una visione estremamente negativa dello Stato, naturalmente oppressivo e al massimo contenibile nei suoi poteri, così come delle istituzioni “democratiche” che troppo spesso si limitano a ratificare le tirannie della maggioranza. Fin dall’inizio vediamo contrapporsi una Terra affollata e conformista ad una Luna semideserta e libertaria, il moralismo dei terrestri alla poligamia e alla vitalità dei lunatici, governi burocratici e rigidi a una società anarchica, un pianeta di economie pianificate ad un satellite di puro libero mercato (il motto libertariano TANSTAAFL, There ain’t no thing as a free lunch, viene da questo libro).

La stessa rivoluzione contro la Terra non è che una rivisitazione moderna della Guerra d’Indipendenza americana, riproposta nel futuro immaginato più o meno accuratamente da un uomo degli anni Sessanta: i cinesi hanno soppiantato i sovietici come primo avversario degli Stati Uniti e letteralmente assoggettato l’Estremo Oriente, miliardi di indiani soffrono la fame in un regime socialista, e le unioni continentali (come il Direttorato Nordamericano, erede diretto degli USA, o le appena vagheggiate Mitteleuropa e Panafrica) sono diventati fenomeni comuni e di successo.

La Terra nel 2075 secondo Heinlein, da quel che si può ricavare dagli indizi forniti.

Ribellandosi ai loro sfruttatori, i lunatici chiedono innanzitutto di poter vendere i propri prodotti alla Terra ad un prezzo equo, poter commerciare liberamente, ed essenzialmente far valere il proprio ruolo innovativo e avanguardistico di società di frontiera, sebbene dal libro emerga la triste consapevolezza che anche la Luna finirà un giorno come la Terra, sovraffollata e ingessata da sempre più leggi e conformismi, quando la frontiera si sarà spostata più avanti. La società lunare, infatti, è anche una sorta di nuovo vecchio west, dove la famiglia (molto, molto allargata in questo caso) è la base della società, l’individualismo la filosofia dominante e la reputazione personale l’unico status duraturo. La stessa famiglia poligama dei lunatici si è sviluppata come modello familiare più libero, rispetto alle relazioni di coppia possessive e opprimenti, e per ovviare al problema dell’estrema scarsità di donne.

La condizione femminile delle lunatiche, vista oggi, è forse la cosa più strana e problematica da guardare oggi: considerate un bene preziosissimo per la società, le donne e le ragazze sono considerate pienamente padrone del proprio corpo e della propria vita: l’utero in affitto è una pratica accettata e moderatamente diffusa, lo stupro e le molestie sessuali sono aborriti all’unanimità, e le ragazze totalmente incoraggiate a vivere con disinvoltura la propria sessualità. Ma è ancora difficile parlare di femminismo, con Heinlein: semmai, il suo è più uno “spirito cavalleresco” futuristico basato sul proteggere le donne, piuttosto che equipararle agli uomini, e in cui tutto sommato ritornano sempre nei loro ruoli tradizionali, che accettano volontariamente perché “più vicini alla loro natura”. Insomma, Heinlein si conferma assieme a Dick uno degli scrittori sci-fi col rapporto più complesso con il mondo femminile, che ammira e rispetta senza accettarlo sino in fondo.

Del resto non ci si può aspettare qualcosa di molto diverso, da un libro scritto quando la seconda ondata del femminismo era ancora agli albori: La Luna è una severa maestra sta compiendo cinquantacinque anni, e per quanto li porti bene non sono certo un niente. Ogni volta che si aprono scorci sulla tecnologia immaginata da Heinlein si respira quell’aria retrò da età aurea della fantascienza, con le stravaganze e le ingenuità che oggi fanno sorridere: protesi umane ultra-versatili senza cellulari o internet, astronavi da guerra che convivono con macchine da scrivere, o computer indistinguibili da cervelli umani che leggono ancora nastri magnetici. Questa intelligenza artificiale analogica è forse il reale protagonista del libro, il supercomputer HOLMES IV (più tardi “Mike”) installato sulla Luna dall’Ente, che è stato potenziato e aggiornato fino a diventare autocosciente all’insaputa dei suoi costruttori. L’unico a scoprire questo nuovo miracolo dell’informatica è inizialmente un tecnico informatico cinico e disilluso, Manuel Garcia O’Kelly-Davis; questi stringerà un rapporto sempre più amichevole e fraterno col computer, rapporto che sarà poi il fulcro di tutta la storia e che spingerà Manuel a scoprire un minimo di idealismo oltre i suoi orizzonti materiali e terreni (o lunari), guidato dal suo ex-insegnante “anarco-razionalista”, il professor de La Paz, e motivato da sua nuova conoscenza, l’agitatrice politica Wyoming Knott. Mike intanto sarà il personaggio che si evolverà più di tutti, passando dal somigliare a un bambino prodigio capriccioso e incosciente all’essere indistinguibile da un uomo adulto. Sebbene non si risponda mai alla domanda esplicitamente posta dal libro (“un computer abbastanza potente e raffinato da avere una vita interiore è realmente vivo?”), e che iniziava nel ’66 ad essere appena concepibile formulare, è abbastanza palese che la risposta sottintesa sia positiva.

Illustrazione di Gray Morrow per l’edizione seriale de La Luna è una severa maestra, in Worlds of If del febbraio 1966.

Personalmente considero La Luna è una severa maestra il mio libro preferito. Al di là del suo stile virileggiante, sardonico e “conferenziere”, del sottofondo pessimisticamente libertariano, dell’ambientazione fantascientifica o di qualsiasi elemento del libro su cui sono i gusti personali a esprimersi, Heinlein con questa storia è riuscito a creare una riflessione completa e articolata sulla socialità umana e la politica, per quanto semplici fossero le premesse. L’individuo e la frontiera cercano libertà nell’esplorazione e nell’intraprendenza, la collettività e la società consolidata conformismo nella morale e nelle vecchie abitudini, e inevitabilmente i primi prendono il posto dei secondi quando sfidati nuovi individui e nuove frontiere.

È il ciclo eterno del progresso a cui nulla sfugge per sempre, e che non ammette déi immortali né fra gli uomini, né fra le nazioni né fra le idee. Il giovane ribelle diventerà vecchio bigotto, i rivoluzionari custodi dell’ordine e la frontiera entroterra stagnante, ma questo non dovrà scoraggiarli a cercare di vivere perfettamente in un mondo imperfetto; pur sapendo che il loro sforzo sarà meno che perfetto, e senza farsi travolgere dalla coscienza del fallimento.

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