SUPERLEAGUE: LA MORTE DEL CALCIO

Chi nelle ultime ore non ha sentito parlare della superlega o non è un appassionato di sport, o ha vissuto su Marte. La notizia ha sconvolto tutti, dai tifosi alle società e sembra essere a tutti gli effetti vera. Già da domenica 18/04 i principali quotidiani nazionali di Spagna, Italia e Inghilterra hanno iniziato a vociferare dell’imminente annuncio di un campionato elitario, riservato solo alle squadre più ricche del panorama europeo. L’annuncio è arrivato lo stesso giorno a tarda sera e illustra l’idea di ciò che vuole essere: 2 gironi da 10 squadre l’una che si affronteranno tra loro per poi qualificarsi ad una fase finale e proseguire il cammino fino alla vittoria della coppa. Nulla di strano finora, sembrerebbe quasi essere una buona idea che vada a sostituire la champions league che nonostante il cambio di format, sembra essere più datata. La critica tuttavia non è mossa dalla gestione della competizione e delle partite in sé, perché sotto certi aspetti è rivoluzionaria ed anche accettabile, il problema risiede nel fatto che 15 delle squadre che vi parteciperanno sono stabilite in partenza e altre 5 sono scelte tramite invito, andando a creare uno scenario prettamente basato sull’esclusività, che sta agli antipodi dell’idea di base del calcio. Lottiamo per contrastare le differenze salariali tra uomo e donna, per evitare che ci siano discriminazioni legate all’aspetto economico e cosa accade? Che lo sport più seguito al mondo diventa il simbolo dell’esclusione e dell’assenza di meritocrazia, uno schifo che ogni persona sana di mente non vorrebbe vedere. Qualunque tifoso si vergognerebbe di ciò che sta accadendo, sarebbe indignato di cosa sta diventando il calcio che da sempre è stato uno sport “rubato ai ricchi”; il calcio è amore, passione, il calcio è nelle idee rivoluzionarie di Cruijff che cambiano il modo di vedere le cose e di intendere questo sport, è nel catenaccio all’italiana, nel pragmatismo inglese, nella samba brasiliana, nella “garra” uruguagia e nella passione argentina. Non toglieteci tutto questo, non costringeteci ad abbandonare il nostro amato sport fatto di storie, dal Leicester all’Atalanta, a favore di qualcosa di elitario, basato solo sul denaro. Il modello stile NBA non funzionerebbe in Europa e chi dice che la fonte di ispirazione è quella, evidentemente conosce poco l’NBA; lì non esistono cartellini, i giocatori non si acquistano in quel modo ma scambiando i contratti, esiste tutto un sistema di campionati minori che fornisce appoggio alle franchigie, un sistema giovanile che cerca di frenare qualunque tentativo di creazione di superteam e che favorisce le ultime in classifica. Tutto ciò non è applicabile al calcio e alla superlega, non si può togliere il sistema del valore dei cartellini da un giorno all’altro perché in questo modo si andrebbero a scombussolare i piani di tutto il mondo per favorire 20 club che col calcio, a questo punto, non hanno nulla a che fare. L’ispirazione riguarda sempre il mondo cestistico, ma europeo nel quale esistono, oltre ai campionati nazionali, l’Eurocup (equivalente dell’Europa League), la Champions League e l’Eurolega alla quale partecipano determinate squadre (Olimpia Milano, Real Madrid, Bayern Monaco) solo per meriti economici. Anche in questo caso però il sistema è irrelizzabile perché l’Eurolega deve fronteggiare almeno nel livello generale delle squadre l’NBA che è da sempre stato un campionato elitario dove ogni cestista ha come obiettivo quello di giocarci. Nel calcio non esiste un campionato da fronteggiare, ma si vuole creare qualcosa che abbia il successo dell’NBA sulla falsa riga di una competizione nata per fronteggiarne una più ambita. I fautori di tutto questo sistema sono stati Florentino Perez del Real Madrid e Andrea Agnelli della Juve che hanno promosso lo spot peggiore in assoluto: l’importanza e la potenza del denaro, riscontrabile anche e soprattutto nei finanziatori di questa farsa, ovvero la banca più ricca al mondo JP Morgan. In tutto questo casino mediatico ci siamo però dimenticati di coloro che attualmente sono in silenzio, ovvero le cosiddette “piccole squadre” che non hanno la forza, mediatica ed economica, di dire la loro. Sono escluse da tutto, non potranno più cercare di raggiungere alti livelli perché non ci saranno più obiettivi raggiungibili; la Juve avrà troppo potere per essere sconfitta da un Sassuolo che avrà la decima parte degli introiti e così verranno vanificate le speranze di quelle squadre, come anche il Verona o l’Atalanta, che sulla scia delle più grandi stavano finalmente crescendo. Anche eliminarle dai campionati sarebbe però un danno, perché un campionato senza Inter, Milan e Juve sarebbe visto da molte meno persone e con molto meno interesse. Probabilmente una soluzione non esiste, tutto è avvenuto con un’impressionante fretta e con estrema riservatezza, la UEFA e la FIFA hanno poco tempo per riprendere in mano le redini della situazione senza neanche avere la certezza di farcela. Tutto ciò non ha senso se non nel mero aspetto economico, e tutto questo dimostra come anche nel mondo del calcio sia entrato prepotentemente il dio denaro a farla da padrone. Nella Formula1 se non hai soldi difficilmente potrai diventare un pilota, nella MotoGP idem, nel calcio stiamo andando verso quella direzione e sarà sempre più improbabile raccontare storie di ragazzi che dalla periferia cominciano a giocare nelle grandi squadre, non avremo più i Messi della situazione, i Cristiano Ronaldo o i Ronaldinho che, scoperti nei meandri dei loro luoghi di nascita sono stati pescati e con coraggio si è data loro una possibilità. Le squadre della superlega vorranno avere i giocatori che OGGI sono i più forti, delegando la crescita dei giovani ai campionati nazionali da dove poi, con la loro soverchiante potenza economica, preleveranno coloro che si mettono più in mostra. Non è calcio, non può esserlo, ma probabilmente lo sarà. Oggi è la morte del calcio, di quello di cui ci siamo innamorati, quello con cui abbiamo sognato, esultato, quello fatto di emozioni, di leggende, di episodi, di polemiche, di gioia e dolore, di grandi addii e di nuove accoglienze, un calcio che saremo destinati a non vedere più. Riposa in pace calcio, che tutti ti ricordino per ciò che sei stato e non per ciò che stai diventando.

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