Alfa, quando l’Italia voleva il suo missile balistico

Parlando del programma spaziale europeo ho detto che, fra i suoi problemi storici, c’è la difficoltà di sviluppare lanciatori propri, soprattutto per l’incapacità dei partner a studiare congiuntamente tecnologie missilistiche. Se si guarda agli anni Cinquanta e Sessanta risulta ovvio che, a dare impulso allo sviluppo dei razzi spaziali, sia stata la ricerca di Stati Uniti e Unione Sovietica di missili balistici grandi, potenti e a lunga gittata per far valere il proprio deterrente nucleare sugli avversari, e che queste conoscenze si siano poi riprestate all’esplorazione spaziale per lo sviluppo di lanciatori. Non per niente la matrice dei migliori e, fino al 2012, unici vettori europei impiegati dall’ESA è stata il Programma Ariane, guidata proprio dalla nazione europea (la Francia) con più armi nucleari, con più test effettuati e l’unica ad avere missili balistici propri.

Al momento l’unico vettore europeo non-Ariane è il Vega, un piccolo razzo fabbricato da una partnership totalmente italiana e finanziato per i due terzi dall’Italia. Ma come ha fatto l’Italia ad avere competenze ed esperienze necessarie se non ha mai avuto armi nucleari, men che meno missili di bandiera? Beh, perché questo non vuol dire che non ci abbia provato.

È una storia che inizia col Trattato di Parigi del 1947: l’articolo 51 del Trattato imponeva all’Italia il divieto di sviluppare armi atomiche, così come tutta una serie di limitazioni al suo riarmo, perciò i primi governi DC puntarono sul multilateralismo e la cooperazione internazionale per la difesa del Paese (adesione alla NATO del 1949, sostegno alla nascita della Comunità Europea di Difesa dal 1952).

Vista la situazione internazionale, la scelta si rivelò azzeccata: fra il 1955 e il 1960, quando la corsa agli armamenti andava a rotta di collo e c’erano sempre più partecipanti (persino Iugoslavia, Romania, Svezia e Svizzera stavano progettando di dotarsi di armi nucleari), l’Italia era la frontiera naturale dell’Occidente atlantico, e gli Stati Uniti iniziarono a installarvi parte del proprio arsenale atomico come estremo avamposto contro i rossi.

Ma c’era chi aveva mire più alte: Paolo Emilio Taviani, atlantista di ferro e ministro della difesa nel periodo ’53-‘58, si disse sin dal 1956 contrario a mantenere il divieto per l’Italia e la Germania di sviluppare armi atomiche, e convinse il governo Zoli a firmare l’Accordo Tripartito franco-italo-tedesco per un deterrente nucleare comune, nel novembre 1957. Il progetto fallì per i particolarismi di De Gaulle e lo scarso sostegno parlamentare, ma Taviani fu comunque parzialmente esaudito: sempre nel ‘57 iniziò la ricostruzione del Giuseppe Garibaldi come nave lanciamissili adatta per gli MRBM A-3 Polaris, nel quadro della Multilateral Force della NATO, e nel 1959 gli americani si accordarono col governo italiano per installare dei PGM-19 Jupiter in Puglia e affidarne la gestione ad un’unità italiana, la 36a Brigata Aerea di Interdizione Strategica, secondo un sistema di double key che dava all’Italia un controllo attivo sul lancio delle testate nucleari, sempre e comunque di proprietà americana.

Quando il Giuseppe Garibaldi finì la ricostruzione nel ’61, e l’anno successivo completò con successo alcuni test di lancio, Andreotti (allora ministro della difesa) chiese ufficialmente l’aiuto americano per creare un deterrente nucleare italiano. Ma i tempi stavano cambiando.

Dislocamento delle unità di Jupiter in Puglia, sotto gestione della 36esima Aerobrigata italiana.

Nel 1962 la notizia della Crisi di Cuba passò come un vento di morte su tutto l’Occidente, e i governi come l’opinione pubblica si orientarono decisamente verso un controllo internazionale sulla corsa alle armi. Nel 1963, Kennedy ritirò i Jupiter dall’Italia, la 36a Aerobrigata italiana si sciolse e stessa sorte toccò alla Multilateral Force, lasciando l’Italia priva di quel “deterrente in prestito” che si era costruita negli anni. E siccome si diceva che la Iugoslavia continuasse a produrre materiale fissile vicino Belgrado, i vertici militari presero l’iniziativa: nel 1964, il generale dell’aviazione Paolo Moci chiese il permesso allo Stato maggiore della Difesa per iniziare lo studio di un missile balistico interamente italiano, senza aiuti esteri. Il permesso fu concesso, con l’obbligo di mantenere il più assoluto segreto.

Consultato Luigi Broglio, il più grande esperto di missili del Paese e padre dell’astronautica italiana, il progetto iniziale consisteva in un MRBM con una testata da due chili e mezzo e gittata massima di 3 mila chilometri, ma la versione definitiva fu creata dal Gruppo Realizzazioni Speciali Interforze per conto della Marina, nel 1971. Fu questo l’inizio definitivo del progetto Alfa.

Il missile era una versione mini del Polaris: sei metri e mezzo e 10,7 tonnellate, due stati con motori a propellente solido HTPB e spinta in uscita di 250 kN, allora la più potente in Europa. Poteva essere sparato da un lanciamissili classe Andrea Doria fino a 1.600 chilometri di distanza, e dall’Adriatico avrebbe potuto scaricare un megatone di potenza su un qualsiasi Paese del Patto di Varsavia, URSS inclusa.

La realizzazione fu affidata ad una squadra delle migliori compagnie aerospaziali ed elettroniche italiane: Aeritalia si occupò della struttura e dello scudo termico, SNIA-BPD del motore, Sistel dell’elettronica di bordo, Selenia del sistema di controllo e guida a terra e la coppia SNIA Viscosa-LABEN Montedel della centrale di tiro. Un supporto arrivò dalla francese Sagem per il sistema di guida inerziale, mentre l’americana Rocketdyne concesse la licenza d’utilizzo per il carburante. La sperimentazione con modelli in scala partì già da fine 1971 presso Colleferro, e dopo undici static fire del motore effettuati fra dicembre ’73 e luglio ’75 il primo test si svolse l’8 settembre del 1975: alle cinque di pomeriggio prese il volo dal poligono sardo di Salto di Quirra, raggiunse i 25 chilometri di quota in un minuto, toccò i 110 e finì il propellente, ricadendo come previsto a una sessantina di chilometri dalla base e chiudendo il primo test con un successo.

A questo seguirono altri due test positivi, a fine ottobre e nell’aprile del ’76, ma nessun successo poteva cancellare il fatto che il progetto fosse partito nel momento storico sbagliato: l’Italia aveva firmato il Trattato di Non Proliferazione nucleare il 2 maggio 1975, di fatto condannando il progetto Alfa ancor prima del suo primo test, mentre il costo del programma (arrivato a 6 miliardi di lire) con l’instabilità generale del Paese (quinto governo Moro senza maggioranza, rafforzamento del PCI, crisi monetaria di marzo etc.) ne decretarono la morte definitiva.

L’Italia da allora rinunciò a sviluppare armi nucleari, pur mantenendo bombe termonucleari B61 americane ad Aviano e Ghedi, e il referendum contro l’energia atomica ha reso di fatto impossibile ogni ripensamento.

Ma il Progetto Alfa non cadde nel vuoto: già nel 1988, dopo la costituzione dell’ASI, la BPD Difesa Spazio (parte della SNIA-BPD che aveva costruito il motore dell’Alfa) propose la costruzione dello Zefiro, un vettore spaziale italiano da affiancare al programma Ariane, poi ripensato nel ’98 con il più familiare nome di Vega. La SNIA-BPD era intanto diventata la Avio S.p.A., e nella cooperazione con l’ASI per realizzare il nuovo vettore spaziale creò un motore a propellente solido HTPB, basato su quello progettato per l’Alfa. Il progetto fallito di un disseminatore di morte era diventato il presupposto tecnico di un pacifico razzo commerciale di successo, ed è forse la cosa più romantica che si possa raccontare del settore aerospaziale italiano (non è un settore particolarmente emozionate, non in un’accezione ordinaria almeno).

Ma l’eredità positiva dell’Alfa non si limitò a questo: le aziende che lavorarono al progetto acquisirono tutto il know-how necessario a rendersi compagnie aerospaziali validissime, e a costruire i leader del moderno settore spaziale italiano ed europeo. Nel 1990 l’eredità di Aeritalia, Selenia, Sistel e LABEN fu raccolta dall’Alenia Aeronautica, che a sua volta diede vita nel 2006 alla Space Alliance con i francesi di Thales SA creando la Thales Alenia Space e Telespazio, fra le maggiori compagnie satellitari d’Europa e del mondo.

Sotto molti aspetti, il Vega (sopra) è il successore spirituale dell’Alfa, oltre che uno dei migliori successi del settore aerospaziale italiano.

La storia dell’Alfa è la storia di tante cose: di un’Italia priva della progettualità necessaria a sfruttare il suo potenziale, dei tentativi frustrati di creare una difesa europea comune, della fine graduale della corsa agli armamenti, del rapporto inscindibile fra ricerca balistica militare e civile. Ma più di tutto, è la storia di quella speranza un po’ naïve che porta con sé l’esplorazione spaziale, che è possibile smettere di montare testate nucleari sulle cime dei razzi e caricarli invece di satelliti, di sonde, di astronauti, di moduli abitativi, e di farlo a prescindere delle bandiere che portano addosso.

È la speranza dell’Apollo 11, arrivata sulla Luna col più potente razzo di sempre mentre sulla Terra gli uomini se ne puntavano addosso a centinaia, che scelse di lasciar perdere le rivalità terrene e di venire in pace per tutta l’umanità, come ambasciatori di un’unica razza finalmente capace di guardare le stelle più da vicino.

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