Ogni cosa ha il suo tempo

Quante volte si sente dire che i partiti di oggi non sono in grado di affrontare i problemi moderni che si presentano nel nostro Paese? Tante.
È comune pensare anche che questo sia un problema contemporaneo, mentre come per un effetto nostalgico – anche per chi un tale periodo storico non l’ha vissuto – è facile credere che in passato le capacità degli scorsi statisti fossero maggiori.
In particolare modo se si paragona l’attuale mondo politico italiano a quello primorepubblicano.
È certamente vero che quello della prima repubblica era un mondo di un certo spessore, in politica come nell’editoria e nell’imprenditoria, ma sarebbe troppo semplice eseguire un’analisi solo in maniera e da un punto di vista superficiale. I partiti – come i personaggi e metodi di lavoro dei vari settori – nascevano in primo luogo in un periodo e contesto diverso e assai difficile quale era quello del ventennio fascista, e si sono sviluppati, formati  ed evoluti in modo tale da rappresentare in maniera adeguata la società che si trasformava in quegli anni seguenti. Un’Italia che in primo luogo doveva riabilitarsi dopo l’handicap totalitario che aveva bloccato il sistema evolutivo di una parte della società in particolare ma anche essa come complesso totale. Erano quindi, i nuovi esponenti, – come il resto dei cittadini – robusti mentalmente a causa del periodo che avevano dovuto affrontare, e coscienti delle necessità del proprio Paese che doveva rimettersi in regola con il resto del mondo che nel frattempo correva, in ogni ambito. Personaggi quindi come De Gasperi, Feltrinelli, Olivetti, Mattei, Moro, Togliatti e non solo erano in primo luogo coscienti delle necessità del nostro Paese e allo stesso tempo erano dotati delle capacità intellettuali, ottenute dallo studio quanto da una propria forza intelletuale formata nelle corrispettive vite.
Tale evoluzione sociale, seppur in modo differente si ebbe anche dopo il primo conflitto mondiale con il rafforzamento del partito socialista, e la nascita di quello comunista e quello popolare.
Le prime strutture partitiche organizzate nascevano anche in quel caso a causa della incapacità del vecchio sistema politico vigente fino a quel momento. Le strutture della sinistra e destra storica non erano più adeguate a rappresentare una società che era cambiata e cambiava. L’industrializzazione in primo luogo portava ad un cambiamento della società, il mondo del lavoro che cambiava portava con sè le necessità di nuove regolamentazioni e nuove rappresentanze, come anche il mondo imprenditoriale. Il primo grande cambiamento moderno si può osservare proprio quì. Anche la nascita dei popolari a quel tempo era causa di una evoluzione sociale. La questione romana andava risolta, e in un Paese dove il cattolicesimo era presente oltre che teologicamente come vera e propria cultura era impensabile un’astenzione da parte del mondo cattolico nei confronti della politica italiana, e Sturzo riuscì a fondare le basi per tale processo di riunificazione culturale. Ma Sturzo in sè può essere considerato un portatore oltre che di questa “pace santa” anche di quel pensiero di ricostruzione collettiva dell’Italia intera secondo la sua tesi del quieto vivere e collaborazione tra classi sociali invece che presentare la politica come scontro tra schieramenti, tra un “noi” e un “loro”, preferendo di tentare di far crescere il Paese nel suo complesso come era assolutamente necessario in quel periodo.
Ora paragoniamo i due momenti di transizione politica nella periodo liberale pre-fascista/primo dopoguerra e nel secondo dopoguerra. È stata proprio la guerra a fare da traghettatore da un’epoca all’altra. Le persone riconoscevano un periodo prima del conflitto e dopo di esso.
Ora tenendo questo in mente l’ipotesi del traghettamento epocale “attraverso” la pandemia ci risulta ovvio.
La prima pandemia nell’epoca della globalizzazione, un evento che ha colpito il mondo intero in maniera irreversibile.
Le conseguenze sociali e politiche sono in parte già visibili, a cui si aggiunge la coscienza di chi oggi da giovane vive questa esperienza e un giorno dovrà comporre la futura classe dirigente. Il mondo del lavoro sempre più digitalizzato e mobile, la sanità che viene rivalutata e da cui si concepisce un’importanza nella sua distribuzione territoriale, la formazione che viene fornita di nuovi strumenti e la capacità che viene con essi di saperli sfruttare per abbattere le disuguaglianze invece che aumentarle, la consapevolezza di chi governa della necessità di adeguare il Paese a questi cambiamenti. Esisteva un mondo prima del covid e ne esisterà uno diverso dopo. Le evoluzioni nel nostro sistema dirigenziale si stanno forse già vedendo, a “sinistra” con un’ipotetica fusione di PD, 5s e LeU, e a “destra” con l’ascesa di FDI e la destra più conservatrice e il tramonto della parte moderata dello schieramento. Nel mentre della nostra riflessione c’è però da tener presente che nell’epoca post-ideologica in cui viviamo si presenta la crisi delle strutture classiche dei partiti, e che ciò porterà ad una evoluzione del sistema diversa da quella avuta precedentemente. Se prima il progressivo evolversi portava sempre più verso delle strutture organizzate, oggi l’evoluzione va verso uno staccarsi da ciò. C’è da ricordare che ai giorni d’oggi c’è uno strumento enorme che fino a qualche decennio fà non c’era. Internet. L’internet ha contribuito in un modo incredibile ed innegabile nel cambiamento del mondo in molti suoi aspetti, e ciò vale anche per la politica. Ed è proprio l’Internet insieme al crollo dei vecchi sistemi strutturali che porta ad una progressiva transizione della politica ad un qualcosa di estremamente personalistico, dove in breve la politica è fatta di esponenti singoli prima e di gruppi dopo. Per renderla semplice si va verso una romanizzazione della politica, dove esistono dei grandi schieramenti che distinguono il pensiero di uno dall’altro individuo, ma per fare carriera devi contare solo e soltanto sulle tue forze. La prima conseguenza di questa cosa che vediamo oggi è il grande numero di “tecnici” in parlamento e nei ruoli governativi.
Alcuni dei quale che hanno certamente ricoperto ruoli in istituzioni statali, ma pur sempre tecnici.
La seconda cosa che mostra questa transizione da un “sistema” all’altro si vede con Fedez. Dopo il suo discorso del primo maggio il Paese si è diviso sulla sua effettiva ragione o meno ma ciò che è veramente “interessante” e da tener conto è il fatto che dopo lo scontro tra il cantante e la RAI un sondaggio condotto dall’agenzia SWG riporta che il 17% dei loro intervistati sarebbe favorevole ad un suo partito e il 12% crede che la sua scesa in campo sarebbe positiva per la politica. Di questi intervistati il 27% è appartenente alla generazione nata tra il 1997 ed il 2012( generazione Z), quindi proprio coloro che saranno i futuri elettori ed eletti. Teniamo in considerazione come questi dati appena elencati valgono ora per Fedez, ma l’esponente in considerazione può essere un qualsiasi idolo del momento. Elodie, GioPizzi e un qualsiasi rappresentante del mondo dell’intrattenimento oggi può diventare “politico”. Infatti se si riflette attentamente le prime persone che possiedono abbastanza seguito e possibilità economica sono proprio gli esponenti artistici/culturali. Ciò però non vuol dire che siano le uniche, sia chiaro.
Il primo ad ipotizzare l’evoluzione temporale e sociale della cosa pubblica non sono certamente io, se ne parlava – guarda caso – già più o meno 2000 anni fà, con Tacito nel suo Dialogus de Oratoribus ( Dialogo sull’oratoria). Il testo in questione non parlava della cosa pubblica nel suo complesso ma si può facilmente fare un discorso ampio a partire da esso.
Quindi in definitiva ? Il mondo della politica – come con tutto – è in continua evoluzione, si potrà discutere su qual è il miglior sistema di governo, quale il modo migliore per coinvolgere i cittadini e si possono avere le proprie idee su cosa possa essere considerato consono o meno, ma alla fine l’unica cosa certa è che in un modo o nell’altro la politica si adatterà sempre alla società che rappresenta.

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