Il futuro della sanità è nel territorio

Durante il Global Health Summit tenuto a Roma è stato dichiarato che il mondo entrerà in un epoca di pandemie, e considerando che la maggior parte di noi prima del covid non  era abituato a sentire o usare parole come “pandemia” questa notizia assume un impatto ancora maggiore.
Da un annetto a questa parte però sembra come se fossimo diventati tutti esperti di medicina, bombardati quotidianamente dalle parole “Ministero della Salute”, “Istituto Superiore di Sanità”, “Vaccini”, “Sistema Sanitario Nazionale” e così via.
Scherzi a parte però è possibile affermare che dell’avvento del Coronavirus le persone hanno avuto un contatto ancora maggiore con le istituzioni sanitarie e che nell’immaginario collettivo si è formata una più grande coscienza riguardante la salute personale.

Ci siamo tutti resi conto di quanto siamo fortunati in primo luogo ad avere un sistema sanitario pubblico, che rende le cure accessibili a tutti indipendentemente dal sua situazione sociale, cosa che ha salvato più vite di quanto si possa immaginare.
Ma si sono anche viste le numerose crepe di un sistema messo in ginocchio negli anni dopo tagli continui, e in ultimo si è capita l’importanza della prevenzione e della salute territoriale.

Tra i tanti problemi che il SSN(Sistema Sanitario Nazionale) ha dovuto affrontare c’è stato quello del sovraffollamento, mancanza di personale e di posti di degenza.
Sul territorio nazionale si sono sovraccaricate poche grandi strutture nelle città in tutte le varie regioni, bloccando inevitabilmente il processo di cura, costringendo il personale a lunghissimi e faticosi turni aggiuntivi, rallentando la gestione dei pronto soccorso,  e non solo.
Oltre a danneggiare il personale e le stesse vittime covid a soffrire sono stati anche i pazienti non-covid. Molti medici hanno cercato di alzare la voce su questo punto, ma senza risultati. Pazienti oncologici, post operatori, un qualsiasi paziente non-covid, hanno tutti risentito di questi problemi.
Come detto prima tutto causato – tra altre cose – dal sovraffollamento di poche strutture “centrali”. Se c’è una cosa che possiamo imparare da questa esperienza è che bisogna lavorare sulla ramificazioni territoriale delle cure mediche. In tutto il territorio italiano oltre ai grandi ospedali sono presenti numerose strutture “minori” nei territori interni delle varie province, strutture spesso dimenticate e malfunzionanti, che però, se valorizzate, possono essere di grande aiuto, alleggerendo, distribuendo e migliorando le cure mediche delle persone.
Se è vero che ogni minuto è prezioso si pensi a quanto tempo può essere risparmiato se invece di andare dalla propria casa in provincia in pieno centro a Napoli si va invece nella struttura presente nel proprio paese o in quello a fianco a 10 minuti di distanza, sia per un intervento o un controllo “semplice”.

Inoltre, se si vuole essere scrupolosi e tener conto del fattore economico si pensi al risparmio derivante da eventuali “prevenzioni” invece che “cure”, e alla ridistribuzione di spese che inevitabilmente porterebbero anche un miglioramento non solo economico ma anche qualitativo nelle stesse cure.

Precisando che io non possieda competenze economiche nè tantomeno mediche non credo che le riflessioni che ho portato in luce in questo articolo siano totalmente da scartare in eventuali discussioni, e chi sà magari sono abbastanza semplici da poter essere approfondite adeguatamente in dibbattiti futuri.

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