1901-2021: i centoventi anni dalla nascita di Piero Gobetti

Le commemorazioni degli anniversari sono ottime occasioni per scrivere approfondimenti: gli danno un senso, li inquadrano meglio temporalmente, quasi li legittimano editorialmente. Ma soprattutto danno scadenze precise ad un articolista, che così si ritrova un’arma in più contro il virus della procrastinazione. Le scadenze impediscono ad un articolo di restare in un limbo eterno fra il fatto e il non fatto, obbligandolo a finirlo in tempi cristiani o semplicemente cassandolo, quando fosse proprio inevitabile.

Ma ci sono sempre degli anniversari che senti proprio di non poter mancare, quelli che percepisci come veramente irrinunciabili. E per quel che mi riguarda, il centoventesimo compleanno dell’eroe della mia tarda adolescenza è uno di quelli; forse il più irrinunciabile di tutti.

Ho avuto qualche difficoltà a capire come impostare un articolo come questo, specie pensando a chi lo stessi dedicando. Dovrei parlare della sua vita, delle sue idee, delle sue opere? O dovrei dire perché ci tenevo così tanto a farci un articolo su? Siccome internet straripa di solenni biografie su Piero Gobetti, e io credo nell’originalità (ma ancora di più nel passare esami, cosa strettamente alternativa a fare articoli del genere), alla fine scelsi la seconda opzione. Con un po’ di primo come appendice magari.

Ciò che amai sin da subito di Gobetti fu la sua marginalità, quella sua caratteristica innata di trovarsi sempre al limite fra due mondi.

Incarnò l’ossimoro di un liberale rivoluzionario, che prendeva lezioni di economia da Einaudi e vedeva nei consigli di fabbrica del Biennio Rosso torinese la nuova potenziale avanguardia del liberalismo italiano, capace di svecchiare l’Italia dalla borghesia parassitaria e statalista che ci si era incrostata sopra (è un discorso più complicato di così, ma non è questa la sede per farlo). Visse la sua maturità fra la fine dello Stato liberale e l’ascesa del fascismo, criticando e combattendo le logiche malate di entrambi. Costruì il suo pensiero in bilico fra l’amore per la cultura letterario-filosofica (specie Vittorio Alfieri e Benedetto Croce) e quello per il pragmatismo di Gaetano Salvemini, tutto incentrato sull’azione e le faccende concrete della contemporaneità. Ma soprattutto, visse tutto questo fra la fine dell’adolescenza e l’inizio dell’età adulta, fondando tre riviste fra i diciassette e i ventitrè anni. Senza contare svariati libri come La Rivoluzione Liberale, che resta ad oggi uno dei miei libri preferiti.

Poi Mussolini e soci decisero che aveva già dato troppo al suo Paese, e da bravi compatrioti lo mandarono in pensione; pensione che durò giusto il tempo di morire per scompensi cardiaci causati da ripetuti pestaggi, quattro mesi prima che facesse venticinque anni.

Gobetti fu anomalo, e lo fu orgogliosamente. Il 23 agosto del ’18 scrisse sul suo diario: “Sono giovane e devo anche produrre, creare quel po’ che si può creare. […] Ho tutta la vita davanti per sedermi in campagna, davanti al camino, a mangiare pane e noci. Ho una responsabilità. Devo espormi in prima persona. Perciò faccio la rivista”.

Viveva quest’impegno con un senso del dovere, un rigore e una costanza tali che onestamente provo solo vergogna, a vedere dove si fermano i miei. Divorava ogni genere di libro, s’interessava di ogni genere di argomento e si confrontava con ogni genere di persona (divenne grande apprezzatore di Gramsci, ricambiato). La sua costante frenesia intellettuale era convogliata verso un unico obiettivo, diventare un sempre miglior lettore della realtà. E nella ricerca l’accompagnavano amici e colleghi a lui affini, fra cui trovò la sua futura moglie, Ada Prospero. Avranno giusto il tempo di dare vita ad un figlio, Paolo, prima che Piero morisse in esilio.

Ma accanto a questa determinazione sovrumana c’era ancora spazio per del realismo. Ne La Rivoluzione Liberale, Gobetti descriveva l’inquietudine e le frustrazioni di una generazione costretta dalle circostanze storiche ad abbandonare ogni illusione, e ad abbracciare un realismo implacabile:

Non diremmo di aver rinunciato a fabbricare nuovi mondi, ma sappiamo di doverli costruire con disperata rassegnazione, con entusiasmo piuttosto cinico che espansivo, quasi con freddezza, perché ci giudichiamo inesorabilmente lavorando e conosciamo i nostri errori prima di compierli, anzi li facciamo deliberatamente, sapendone la fatale necessità”.

La sconfitta inevitabile andava accettata, era una tragica certezza di cui Gobetti era ben consapevole, dopo l’omicidio Matteotti; ma sarebbe stata anche un’occasione per dimostrare la propria integrità, e di adempiere al suo dovere spirituale a costo del martirio. Che arrivò presto, troppo presto.

Gobetti mi instradò sulla via politica che seguo oggi, mi convinse definitivamente ad abbracciare il giornalismo come vocazione, e me lo insegnò come servizio reso all’umanità, come missione per proteggere la società libera dal pericolo dell’unanimità, e alimentarne la fiamma affinché non si spenga nei suoi tempi peggiori.

Una vecchia canzone diceva che è meglio bruciare che spegnersi lentamente, e la vita di Piero Gobetti fu una fiammata dalla potenza straordinaria, come pochissime se ne vedono. Ma anche per questo si spense quasi subito, soffocata in un pugno di anni dal vuoto pneumatico della repressione fascista, e destinata a restare un capolavoro incompiuto della politica italiana. Ecco perché voglio ricordarlo.

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