FRATELLI D’ITALIA

Lacrime. Pianti. Dolore. 3 emozioni portate dentro per 3 anni, da quella dannatissima mancata qualificazione al mondiale, dal momento più basso del calcio italiano. Se qualcuno 3 anni fa dopo quella partita avesse chiesto dell’europeo del 2020 probabilmente nessuno avrebbe pensato a questo epilogo. Nessuno tranne Roberto Mancini, l’eleganza fatta persona, la classe cristallina di un uomo che ha riportato l’Italia dove meritava. SIAMO CAMPIONI D’EUROPA per la seconda volta nella storia ed è un sogno che diventa realtà per tutti noi.

Un europeo dominato dalla prima all’ultima partita, dove non siamo mai stati in svantaggio se non durante la finale, che è stata metafora perfetta degli ultimi 16 mesi. Una botta improvvisa, il silenzio che cade nelle strade deserte per via della pandemia e poi una lenta, attenta e progressiva risalita che ci ha visti guadagnare metro dopo metro consapevolezza e speranza di vincere e che ci ha portato sul tetto d’Europa dopo 53 anni dall’ultima volta. Quel 10 giugno 1968 c’erano Zoff, Burgnich, Facchetti, Guarneri, Rosato, Salvatore, De Sisti, Mazzola, Domenghini, Anastasi ed il mitico Gigi “rombo di tuono” Riva ed a testimonianza di quanto antica fosse l’ultima vittoria europea, basti pensare che ad oggi 5/11 di quella formazione leggendaria non c’è più.

Italia – Inghilterra dunque non è solamente una finale, ma è ‘LA’ finale, affrontata contro tutto e tutti, contro i favori del pronostico che davano l’Italia sconfitta, contro un intero stadio che fischia l’inno italiano, contro tutti i cori inglesi che da inizio europeo, che è stato tutto tranne che itinerante, hanno invaso le case di tutti i tifosi di ogni nazione. Questa finale è anche il manifesto che essere troppo sicuri di sé non paga, credere di aver già vinto non è assolutamente foriero di vittoria ma spesso accade il contrario. Essere italiani in questo periodo è più bello. Prima il preolimpico vinto dall’Italbasket contro la Serbia a casa loro, poi Berrettini arrivato in finale a Wimbledon e per ultima la vittoria dell’Europeo, che chiude una settimana di sport indimenticabile. Bisogna essere fieri dei colori, del tricolore e di tutti coloro che lo rappresentano, di coloro che ci hanno reso felici dopo un anno di sofferenza, che hanno riportato contentezza e amore ad un popolo che dal 2017 piange calcisticamente la fame.

Questa è la vittoria di Bonucci, Man of the Match della finale, di Chiellini che corona una magnifica carriera, dei terzini che non dovevano essere i titolari, Di Lorenzo ed Emerson, ma che hanno lasciato sul campo anche l’anima di Florenzi e Spinazzola che hanno dato tutto per la maglia. La vittoria del centrocampo, un misto di tecnica, qualità, quantità, idee e palleggio, che ha dominato quasi ogni nazionale incontrata con tutti i suoi interpreti, dal candidato al pallone d’oro Jorginho passando per Verratti, Barella ed i titolari-bis Locatelli, Pessina e Cristante, redivivo per questo Europeo giocato ad un livello mai raggiunto in carriera. La vittoria degli esterni, Insigne, Chiesa e Berardi, che hanno fatto fase difensiva ed offensiva senza perdere terreno e lucidità, la vittoria delle nostre punte Belotti e Immobile, grandi amici e sempre criticati per la scarsa lucidità e concretezza sotto porta. Ma soprattutto è la vittoria di due figure che hanno vissuto questo mese azzurro in maniera differentemente simile: Donnarumma e Bernardeschi. Quest’ultimo criticato dalle convocazioni e deriso, eretto a meme generale italiano con il suo “rischiare la giocata” e insultato senza neanche aver messo piede in campo. Ha dimostrato che essere più forti delle critiche paga e pur avendo avuto poco minutaggio ha tirato due rigori nelle ultime due lotterie con una freddezza invidiabile, come fosse un veterano. Donnarumma invece ha cominciato l’europeo come un vile che pensa solo al denaro, ed è stato insultato anche a Roma quando cedette il posto a Sirigu. Imperterrito però, ci ha salvato in più occasioni ed è stato eletto, meritatamente, giocatore del torneo a 22 anni e con ancora un futuro brillante davanti a sé. Il leader maximo è però uno ed è colui che in 3 anni ha rivoluzionato completamente il calcio italiano portandolo ad una nuova linfa e invertendo completamente i dogmi che fino ad allora lo avevano caratterizzato. Catenaccio e contropiede sono diventati possesso palla e proposizione offensiva e Roberto Mancini ha fatto riemergere l’amore per la nazionale italiana che ora non è più un peso per i club e per i giocatori, ma è onore, prestigio, amore e passione, rappresentanza di un intero popolo unito allo schermo della TV per seguire le gesta di 11 scudieri azzurri che con le unghie e con i denti cercano di ottenere la vittoria in ogni occasione. Questo è merito di Mancini e di tutti i calciatori, che ci hanno regalato un’emozione che mancava da 15 anni e che ricorderemo per sempre, in particolare dopo 16 mesi che ci hanno segnato per la vita. 

Grazie ragazzi. 

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