LA SCHWA: UNA (NON)QUESTIONE LINGUISTICA

Nel dibattito in corso da alcuni anni su come rendere l’italiano una lingua più inclusiva e meno legata al predominio del genere maschile una delle soluzioni più citate riguarda l’utilizzo del simbolo ə, chiamato schwa (un termine di origine ebraica che significa “insignificante”, “nulla”), al posto della desinenza maschile per definire un gruppo misto di persone, come attualmente si insegna a scuola.

Lo schwa non è un simbolo molto familiare per chi parla e scrive una lingua europea ma viene utilizzato da decenni dai linguisti e si trova anche nell’alfabeto fonetico internazionale, cioè il sistema alfabetico usato per definire la corretta pronuncia delle migliaia di lingue scritte che esistono nel mondo.

Nel sistema fonetico lo schwa identifica una vocale intermedia, il cui suono cioè si pone esattamente a metà strada fra le vocali esistenti. Si pronuncia tenendo rilassate tutte le componenti della bocca, senza deformarla in alcun modo e aprendola leggermente.

Le origini e la storia

Il termine schwa è attestato per la prima volta nell’ebraico medievale parlato da un gruppo di eruditi attorno al decimo secolo dopo Cristo. La sua etimologia non è chiara ma sappiamo però che a un certo punto la parola schwa fu utilizzata per definire i due puntini che nell’ebraico biblico, posti sotto una consonante, indicano una vocale brevissima o l’assenza di una vocale.

Secoli più tardi, nel 1821, il linguista tedesco Johann Andreas Schmeller stava compilando una grammatica del tedesco bavarese e aveva bisogno di un simbolo che indicasse una vocale molto breve, che evidentemente percepiva come vicino allo schwa ebraico. Così inventò un simbolo dell’alfabeto latino che potesse rappresentarlo, cioè ə. Alcuni anni più tardi l’esperto di fonetica Alexander John Ellis utilizzò lo stesso simbolo per definire una vocale indistinta presente nella lingua inglese, e da lì lo schwa arrivò fino all’alfabeto fonetico internazionale, compilato alla fine dell’Ottocento.

In passato lo schwa è stato già usato come convenzione grafica: alla fine dell’Ottocento il linguista svizzero Ferdinand de Saussure teorizzò che l’indoeuropeo avesse un’unica vocale indistinta e pronunciata con la gola “strozzata” che identificò con lo schwa, da cui ogni lingua avrebbe sviluppato in maniera autonoma le vocali che conosciamo oggi.

Secondo de Saussure la presenza della vocale indistinta era il motivo per cui, per esempio, da una radice *pəter derivano il latino pater (poi “padre” in italiano) e piter in sanscrito. Nei decenni successivi l’intuizione di Saussure si è evoluta nella cosiddetta “Teoria delle Laringali” di cui ancora oggi si discute fra gli storici dell’indoeuropeo.

La ragione per cui chi promuove un utilizzo più inclusivo in italiano propone di utilizzare lo schwa prende spunto sia dall’uso che se ne fa oggi, nell’ambito dell’alfabeto fonetico internazionale, sia nel suo passato da convenzione grafica (oggi per definire le laringali gli studiosi preferiscono utilizzare il simbolo h). C’è un’altra ragione, più intuitiva: come ha scritto Luca Boschetto, un attivista fra i primi a suggerire l’utilizzo dello schwa nell’italiano scritto e tra i fondatori del sito italianoinclusivo.it, lo schwa «graficamente assomiglia ad una forma intermedia tra una “a” e una “o”», cioè le due vocali con cui in italiano identifichiamo con maggiore frequenza il genere femminile e quello maschile.

La linguista Vera Gheno, che da tempo sostiene la necessità di trovare soluzioni alternative per evitare il predominio del maschile come ad esempio l’asterisco, ha scritto di avere una «preferenza» per lo schwa perché «rappresenta la vocale media per eccellenza» e «il vantaggio è che, al contrario di altri simboli non alfabetici, ha un suono – e un suono davvero medio, non come la U che in alcuni dialetti denota un maschile».

Come la usiamo, anche senza saperlo

Come detto prima per quanto i parlanti non ne siano spesso consapevoli, anche perché nella scrittura viene indicato da altre vocali, lo schwa è molto presente in quasi tutte le lingue europee. A prima vista l’italiano sembrerebbe l’eccezione ma, per esempio, è una vocale estremamente presente nel napoletano (oltre ad altri dialetti prevalentemente del Sud Italia),in cui ha vari usi consolidati nel tempo. Una delle regole fonetiche più semplici che hanno consolidato l’uso dello schwa nel napoletano vuole che tutte le vocali che seguono la vocale accentata si “neutralizzino” in degli schwa. Quindi avremo parole come ‘ncuòll o mamm’t, che vedono un’apparente elisione della vocale post-tonica (ovvero che cade dopo l’accento) in realtà risulteranno essere ncuòllə e mammətə, che vedranno la presenza della cosiddetta “vocale indistinta” (o, appunto, schwa).

Per dovere di cronaca è giusto citare l’inglese, dato che tra le lingue europee moderne è quella che vede la presenza maggiore del suono schwa in varie forme, dalla “a” di about fino alla “u” di survive.

E quindi?” Brevi riflessioni conclusive

La “questione schwa” è un tentativo degli attivisti, principalmente facenti riferimento al mondo LGBTQ+, di rendere la lingua più inclusiva. Il punto che genera dibattito, e polemiche of course, è la non comprensione di cosa sia questo desiderio (e necessità) di inclusività e del fatto che essenzialmente si tratta di una provocazione per introdurre nel dibattito pubblico una questione. Per quanto, come ho mostrato, l’introduzione dello schwa non sia un attentato alla lingua italiana, data la sua massiccia presenza in quest’ultima, è evidente che una lingua non possa essere plasmata in laboratorio (pena fare la fine dell’Esperanto e degli altri esperimenti a cavallo tra XIX e XX secolo) ma che questo non sia neanche l’obbiettivo degli attivisti, che appunto fanno attivismo e la provocazione è una delle loro armi migliori. Molto probabilmente lo schwa lo vedremo confinato allo scritto, il contesto da dove proviene il concetto stesso di schwa, ancora per un po’ dove svolgerà egregiamente il suo compito, necessario per portare al centro del dibattito pubblico certe questioni.

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