La scommessa a perdere del Pd

Alcune scelte dell’esecutivo guidato dall’ex presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi, di nomina berlusconiana all’epoca, sono state aspramente criticate sia dalla sinistra di governo, cinquestelle inclusi, che da quella di opposizione. Si ricordino ad esempio lo sblocco degli sfratti e dei licenziamenti, senza la proroga che chiedevano i sindacati e in particolare la CGIL di Landini che suggeriva anche la revisione delle forme contrattuali onde evitare una “ripresa” sostanzialmente imperniata sulla trasformazione dei contratti una volta a tempo indeterminato in forme di precariato che non fanno altro che ridurre i diritti sociali dei lavoratori di oggi e di domani. È proprio su questo punto che bisogna riflettere.

La partecipazione del Pd all’esecutivo è stata determinata anzitutto da una volontà netta dei gruppi parlamentari composti per larga parte da persone che nel 2018 gravitavano nell’area di influenza e di supporto a Matteo Renzi e alla filosofia renziana in generale, che dovrebbe però ora essersi spostata in un altro partito -Italia Viva- con interessi diversi rispetto a quelli che gli elettori democratici hanno chiesto di mettere al centro della proposta politica della sinistra italiana votando per il candidato più distante dalle tendenze socioliberali e liberal in generale ovvero Nicola Zingaretti, successivamente dimessosi proprio per l’incapacità di imporre una propria agenda e visione al partito ostaggio delle corrente e degli interessi particolari di una fazione o dell’altra, non dimentichiamo infatti che il Partito democratico nasce dall’unione di vari soggetti politici e di varie culture tra cui quella socialista e socialdemocratica dei Democratici di Sinistra e quella cristiano-sociale della Margherita di Rutelli in modo particolare.

Altra ragione che ha tirato i dem in maggioranza è stata la volontà di cercare di influenzare per quanto possibile le scelte di un governo che avrebbe altrimenti subito in modo ancora più forte le pressioni delle destre, per quanto Draghi abbia manifestato una certa capacità di tenere a bada quelle che meno gradiva, si pensi in modo particolare alla questione vaccini e green pass in cui Matteo Salvini è stato letteralmente sconfessato. Scelte importantissime non soltanto sul versante salute ma anche su quello europeo visto l’arrivo dei fondi del Next Generation EU, il cosiddetto “Recovery Plan”; di cui il nostro Paese sarà il principale beneficiario tra quelli dell’Unione.

Va ritenuto però che la scommessa del Pd consista nel volersi intestare i risultati del boom economico che il Paese vivrà per effetto delle politiche keynesiane volute dalla BCE come si è detto precedentemente, oltre che a causa della fisiologica ripresa che segue ogni crisi. Ma è sulla qualità della ripresa che tale scommessa potrebbe rivelarsi perdente: come per la crisi economico-finanziaria del 2008-2011 e la ripresa portata dal centrosinistra renziano e continuata da Gentiloni che non ha effettivamente giovato a livello elettorale ai partiti allora di governo, anche in questo caso costruire l’Italia del futuro ripartendo dalle fragilità e non dai pilastri di quella precedente rischia di trasformarsi in un boomerang pericolosissimo in grado di ridurre ulteriormente l’attaccamento dei ceti popolari ad una parte politica che nacque per rappresentarli e che è ora invece prediletta da chi risiede presso le zone a traffico limitato o i quartieri “bene” delle metropoli.

Non essersi imposti in modo sufficientemente deciso su tutto ciò che riguarda la qualità del lavoro, come suggeriva invece Peppe Provenzano (il “maoista” per il Foglio) è un’ulteriore spia di come si potrebbe ritenere responsabile quello che a partire dal 2011 è stato il principale partito di governo in Italia di una qualità della vita peggiorata in seguito alla crisi pandemica. Parlare poi di grande crescita o di cose simili può soltanto “stizzare” ulteriormente persone che si sentono invece escluse da questa narrazione della ricchezza acquisita.

C’è -ovviamente- da augurarsi, a prescindere dal fatto che si abbia o meno in simpatia il centrosinistra o il Pd o Letta et cetera, che la nazione sarà sensibilmente migliorata rispetto al periodo che precedette il covid19, ma nel caso in cui ciò non accadesse come si potrebbe salvare questa scommessa da una sconfitta? Oppure, come si potrebbe ripulire l’immagine dei democratici o ancora come non ritenersi responsabili? La partecipazione della destra può essere un capro espiatorio.

In ogni caso i sondaggi mostrano che, al contrario di quanto ci potesse aspettare, gli elettori progressisti gradiscono -e anche parecchio- Mario Draghi e le politiche intraprese. Sintomo di uno spaesamento? Di una politica priva di reale visione e quindi non in grado di suggerire un’alternativa che tenga conto dei valori che vengono dall’esperienza e dal pensiero marxista, socialista e socialdemocratico? Forse. O forse ennesimo specchio di un elettorato ormai estraneo alla provincia e alla periferia, dove risiede gente che predilige la destra che propone però di aiutare i ricchi tagliando loro le tasse. Una situazione in cui fare chiarezza sembra difficile.

La missione del professore tornato da Parigi è allargare il consenso per tornare ad avere la vocazione maggioritaria che è stato il grande motivo che ha condotto alla nascita di un soggetto unitario di segno opposto al berlusconismo prima e al leghismo poi (e ora anche al “melonismo”). Missione di cui però ha ben chiari gli obiettivi che ha sottolineato nel suo ultimo libro “Anima e cacciavite” iniziando dallo sconfessare l’abbraccio alla terza via che ha portato alla perdita di fidelizzazione dell’elettorato e a una riduzione dello zoccolo duro, che è invece andato a ingrossare le fila dei pentastellati o degli astenuti.

Solo il tempo ci dirà qualcosa in più.

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